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La battaglia, che si sta svolgendo oggi sotto i nostri occhi distratti, riguarda il futuro del Paese. Il ritardo nello sviluppo di una nuova rete digitale si paga e si paga sangue.

Nel 2012, mentre tutto il mondo per uscire dalla prima grande crisi della globalizzazione investiva in competenze e infrastrutture digitali, l’Italia era sprofondata nella palude della crisi fiscale, con lo spread a 600 e la difficile transizione fra il Quarto Governo Berlusconi IV e il governo di salute pubblica di Mario Monti.

Quel momento era del resto cruciale, perché proprio nel 2012 si concretizzava ovunque il passaggio dalle reti 3G, cioè quelle che reggevano i telefonini che servivano per scambiare telefonate, e gli smartphone che in continua connessione via internet possono inviare messaggi, video e dati. Contestualmente si tagliavano anche i fondi per la formazione ed il risultato è che l’Unione Europea lo scorso 19 luglio, presentando l’Indice sull’utilizzo delle tecnologie digitali, ha collocato l’Italia fra gli ultimi in classifica solo prima di Romania, Grecia e Bulgaria, ma addirittura ultima, dietro a questi, per competenze digitali.

Non è allora una sorpresa che il Paese, per sventura il nostro, che non ha investito al momento giusto in competenze e infrastrutture digitali e che ha tagliato i fondi per la scuola, da anni è ultimo in Europa per tassi di crescita, così come non è una sorpresa che il Covid ci abbia sorpresi impreparati perfino nell’utilizzo diffuso di tecnologie digitali nella scuola bloccata dal virus.

Oggi si ripresenta l’appuntamento con un nuovo salto di tecnologia. Il passaggio da 4G a 5G, significa poter disporre di una rete in grado di moltiplicare a dismisura la velocità di trasmissione di dati contemporaneamente a migliaia di utenti, permettendo ad esempio di utilizzare la rete per connettere macchine disposte a migliaia di chilometri di distanza, oppure segnalare in tempo reale il rischio di disastri naturali, o tenere sotto controllo nello stesso tempo migliaia di pazienti affetti da uno stesso morbo.

Proprio perché stiamo parlando di tecnologie così pervasive e così rilevanti per la libertà individuale di ognuno di noi, questo salto di tecnologia deve essere realizzato in modi da garantirne l’accesso a tutti e nel contempo tutelarne i diritti di privacy. Ovviamente la rete non basta, occorrono anche i grandi computer e le competenze per permettere all’intero Paese questo salto di tecnologia, che diviene essenziale per riprendere un sentiero di sviluppo.

L’Unione Europea sta creando a Bologna, dove storicamente si sono concentrati i sistemi big data italiani, il nuovo centro di supercalcolo scientifico del Sud Europa, e da questo centro si sta approntando una connessione con un centro sui disastri naturali da posizionare a l’Aquila, creando l’asse portante di un sistema scientifico nazionale, che può mettere a disposizione capacità di calcolo e competenze, che potrebbero raggiungere tutte le imprese e tutte le istituzioni in tutto il Paese, se – e sottolineo “se” – vi è poi una rete indipendente e sicura, che permetta anche all’impresa più piccola ed alla istituzione locale più remota di entrare nel sistema globale, e se – e sottolineo “se” – abbiamo nel frattempo investito in competenze, cioè su di noi e soprattutto sui nostri figli per dare a questi investimenti in macchine le persone per farle funzionare. Sono le due condizioni su cui si gioca il futuro del Paese e la nostra stessa credibilità in Europa.


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