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Sulla rete unica il grande capo di Vodafone, Nick Read, spiazza Aldo Bisio responsabile del gruppo in Italia. Un bel colpo di scena. Bisio, infatti, dopo le iniziali perplessità si era dichiarato soddisfatto delle assicurazioni ricevute e anzi, aveva garantito la disponibilità del gruppo britannico a investire insieme a Maximo Ibarra (Sky), e Jeffrey Hedberg (WindTre). Ieri pomeriggio da Londra è arrivata la doccia gelata. Probabilmente una scelta concordata che manda in scena la tradizionale scenetta del poliziotto buono (Bisio) e del poliziotto cattivo (Read). Resta il fatto che il grande capo di Vodafone, in un intervento su “Politico” manda un secco avvertimento: «In Italia – dice – il governo cerca di ricreare il monopolio della rete fissa che i precedenti governi e le istituzioni dell’Ue nel tempo avevano smantellato».

Assai contestato il ruolo di Tim. «La fusione lascerebbe i fornitori di banda larga con un solo venditore: ancora una volta Telecom Italia. I clienti all’ingrosso di Open Fiber, compresa Vodafone, dovrebbero competere con le offerte dell’ex monopolista senza altra opzione che acquistare l’accesso da loro». Un progetto svagliato. Tanto più che «la Ue mira al giusto obiettivo: incoraggiare sia la concorrenza sia i continui investimenti nelle reti digitali e nei servizi di telecomunicazione. Ultimamente,tuttavia, governi e regolatori nazionali rischiano di smarrirsi». Un intervento molto pesante che certamente non favorisce il progetto italiano. L’Antitrust di Roma e, soprattutto quello europeo vorranno vederci chiaro. Basterà l’annunciato coinvolgimento dei principali operatori (a partire proprio da Vodafone) a garantire la concorrenza? A prima vista un costoso biglietto d’ingresso alla partita della fibra ottica. E se qualcuno non volesse spendere altri soldi? Gli operatori telefonici attraversano un momento molto difficile. Hanno margini in costante calo. Sono stati dissanguati dalle aste per il 5g di cui adesso dovranno sostenere l’espansione. Avranno ancora voglia e risorse per la banda larga?

La narrazione corrente dice che con Cdp presente sia nella rete unica sia in Tim, come per la rete elettrica di Terna e quella del gas di Snam, l’interesse pubblico sarebbe salvo. Ma in Terna e Snam, lo Stato è l’azionista principale. Non così in Tim e nemmeno in AccessCo, la società della rete. Per quanto si possa essere fantasiosi nell’immaginare meccanismi di garanzia, il rischio di una governance che prima o poi finisca “catturata” dalla proprietà è fortissimo. Gli accordi parlano di scelte condivise: il presidente designato da Cdp e l’amministratore delegato da Tim. E se l’accordo non si trovasse? Sulla nomina di Marisa Bellisario a capo di Telit saltò il grande accordo pubblico-privato proprio nelle tlc. Più delle formule legali, in questi casi funzionano le relazioni personali. Si sta vedendo in Autostrade, ma anche in tanti altri casi, quanto sottile ed efficace possa essere la capacità di influenzare le decisioni. I governi durano poco mentre i privati sono sempre gli stessi. Si potrebbe obiettare che coinvolgendo gli altri operatori nella gestione della società della rete unica il problema sarebbe superato.

Ma l’interesse degli operatori non è quello dei cittadini e non è neanche l’interesse pubblico. Proviamo a usare la fantasia: meglio abbassare i prezzi all’ingrosso pagati dagli operatori telefonici o portare la fibra a tutti gli italiani, anche quelli delle aree rurali come aveva fatto l’Enel sessant’anni fa con la luce elettrica? Meglio risparmiare sulla manutenzione o creare un operatore della rete unica più efficiente, capace di garantire un rapido ripristino dei guasti? Meglio distribuire un dividendo o ammodernare la rete? Diamo pure il beneficio del dubbio agli operatori ma chi deve scegliere l’assetto della governance da dare alla rete unica, queste domande se le dovrà porre. E trovare una soluzione appropriata non sarà facile. Sempre che si voglia porre la questione, perché finora dell’interesse dei cittadini si è sentito parlare poco o nulla. Soprattutto nel sud che ha bisogno di superare il ritardo tecnologico con il resto del Paese. Forse è meglio cambiare paradigma prima che sia troppo tardi. Per il gioco dei rimandi storici vale la pena ricordare che la nonna di Tim si chiamava Sip, Società idroelettrica piemontese. Investì nei telefoni i proventi della nazionalizzazione elettrica iniziando una storia di grande successo. Una dimostrazione che, spesso, rompere con il passato è indispensabile per costruire un futuro brillante.

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