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De Caro incontra i giornalisti

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L’ULTIMA denuncia in ordine di tempo è arrivata dal presidente di Anci, Antonio Decaro, sindaco di Bari: «In Italia ci sono differenze – ha evidenziato durante un dibattito pubblico su Next generation – anche all’interno delle stesse regioni, non solo tra aree. Il problema più grosso per i Comuni del Sud è legato ai collegamenti. Se pensiamo all’Alta velocità ci accorgiamo che la percentuale è del 2,4% al Sud; nel Nord Est, invece, oltre il 9%».

Il Recovery Fund è, quindi, una opportunità irripetibile per ridurre questo gap infrastrutturale tra Nord e Sud, ma occhio a come le Regioni intendono spendere i 209 miliardi che “pioveranno” sull’Italia. Il rischio di riesumare vecchi quanto infruttuosi progetti è dietro l’angolo, basta spulciare tra le pieghe delle proposte arrivate dai governatori. La giunta Zaia ha racchiuso in un volume di 460 pagine la bellezza di 155 progetti per il solo Veneto, per una spesa di 25 miliardi, il 12% delle risorse totali.

Evidentemente una fetta sproporzionata rispetto al peso demografico del Veneto ma c’è un’altra questione: il Veneto vorrebbe realizzare con i fondi europei tutto quello che non è riuscito a fare negli ultimi 50-60 anni.

Un esempio? L’Idrovia Venezia-Padova, ideata negli anni Sessanta del secolo scorso e realizzata per una minima parte. Ma non è l’unico progetto datato: nel libro dei sogni si propone di spendere un miliardo anche per il trenino delle Dolomiti, di cui si discute da almeno quarant’anni. Il Recovery deve portare l’Italia nel futuro, in alcuni casi invece sembra che alcuni governatori vogliano fare un tuffo nel passato remoto.

I soldi che arriveranno dall’Europa devono servire alla digitalizzazione, al passaggio alla Green economy, a realizzare le grandi opere infrastrutturali che al Sud latitano. Per dirla con le parole di Antonio Decaro, se non ora quando realizzare l’Alta velocità anche nel Mezzogiorno? La Spagna, per portare un esempio vicino, sta puntando alla modernizzazione del sud del suo Paese, perché sviluppare le aree lasciate indietro non può che fare bene all’Italia intera.

«Porterò una proposta in Consiglio dei ministri, uno dei criteri di allocazione delle risorse dovrà essere il riequilibrio territoriale», ha annunciato il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano. Occorrerà, quindi, fare bene i conti, perché ai 25 miliardi che “chiede” il Veneto si aggiungono i 35 della Lombardia: insieme fanno 60 miliardi su 209, quasi un terzo.

Nel suo piano, la Lombardia annuncia che, «stante le specificità del comparto produttivo lombardo», dovrà essere data priorità «ad iniziative quali plastic tax e sugar tax, che andrebbero a colpire, più che i consumi di plastica e zucchero, produttori, intermediari e consumatori, senza benefici di tipo “ecologico”. Il tutto potrà essere eventualmente facilitato dall’attività di un’agenzia pubblica che promuova l’azione svolta dal mercato e il ruolo da esso ricoperto».

Con tutto il rispetto per il tessuto produttivo lombardo, c’è una priorità che non può finire in secondo piano, per il bene della stessa Lombardia: azzerare il gap infrastrutturale. Gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, che negli anni Settanta erano circa la metà di quelli complessivi, negli anni più recenti sono calati a un sesto di quelli nazionali. In valori pro capite, nel 1970 erano pari a 531,1 euro a livello nazionale, con il Centro-Nord a 451,5 e il Mezzogiorno a 677 euro; nel 2017 si è passati a 217,6 euro pro capite a livello nazionale, con il Centro-Nord a 277,6 e il Mezzogiorno a 102 euro.

D’altronde, è sufficiente osservare la curva degli investimenti pubblici per le infrastrutture del Sud per individuare la causa principale di una Italia spaccata in due: fra il 1950 e il 1960 la dote era pari allo 0,84% del Pil; tra il 2011 e il 2015 è crollata a uno striminzito 0,15%. Ma non è finita qui: solamente nel 2018, mancano all’appello 3,5 miliardi di euro di investimenti per il Mezzogiorno, calcolo effettuato dalla Svimez partendo dalla regola, spesso e volentieri, per non dire sempre, tradita del 34% della ripartizione delle risorse in conto capitale da destinare al Mezzogiorno.

Nel 2018, stima la Svimez, la spesa in conto capitale è scesa al Mezzogiorno da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi. C’è davvero qualcosa che non va se, nel 2020, il 24% delle linee ferroviarie del Mezzogiorno è a doppio binario a fronte del 60% delle linee del Centro-Nord. Il 49% delle linee ferroviarie del Mezzogiorno è elettrificato a fronte dell’80% di quelle del Centro-Nord.

Ma non è certo solo un problema di ferrovie: tra il 2004 e il 2014 la rete autostradale è aumentata, in termini di km, del 7% al Nord e del 3% al Sud.

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