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Sanità e infrastrutture sono i settori che, più di altri, necessitano di una iniezione di liquidità al Mezzogiorno per recuperare quel gap che si è creato negli ultimi venti anni di sottofinanziamento rispetto al Nord Italia.

LA SANITÀ

La spesa per investimenti in sanità, ad esempio, è stata del tutto squilibrata territorialmente: dei 47 miliardi totali impegnati in 18 anni (2000-2017), oltre 27,4 sono finiti nelle casse delle regioni del Nord, 11,5 in quelle del Centro e 10,5 nel Mezzogiorno. E’ questa l’analisi che emerge dal sistema Cpt (Conti pubblici territoriali): in termini pro-capite, significa che mentre la Valle d’Aosta ha potuto investire per i suoi ospedali 89,9 euro, l’Emilia Romagna 84,4 euro, la Toscana 77 euro, il Veneto 61,3 euro, il Friuli Venezia Giulia 49,9 euro, Piemonte 44,1, Liguria 43,9 euro e Lombardia 40,8 euro; la Calabria ha dovuto accontentarsi di appena 15,9 euro pro-capite, la Campania 22,6 euro, la Puglia 26,2 euro, il Molise 24,2 euro, il Lazio 22,3 euro, l’Abruzzo 33 euro.

Altri indicatori confermano che ogni anno al Nord arrivano maggiori trasferimenti da Roma destinati alla sanità: dal 2017 al 2018, ad esempio, la Lombardia ha visto aumentare la sua quota del riparto del fondo sanitario dell’1,07%, contro lo 0,75% della Calabria, lo 0,42% della Basilicata o lo 0,45% del Molise. Lo stesso Veneto, nel 2018 rispetto al 2017, ha ricevuto da Roma lo 0,87% in più. Dal 2012 al 2017, nella ripartizione del fondo sanitario nazionale, sei regioni del Nord hanno visto aumentare la loro quota, mediamente, del 2,36%; mentre altrettante regioni del Sud, già penalizzate perché beneficiarie di fette più piccole della torta dal 2009 in poi hanno visto lievitare la loro parte solo dell’1,75%, oltre mezzo punto percentuale in meno. Significa che, dal 2012 al 2017, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato 944 milioni in più rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria.

LA CORTE DEI CONTI

Ecco come è lievitato il divario tra le due aree del Paese: mentre al Nord sono stati trasferiti 1,629 miliardi in più nel 2017 rispetto al 2012, al Sud sono arrivati soltanto 685 milioni in più. Basterebbero questi dati – certificati dalla Corte dei conti nella relazione sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali – per far emergere la disparità di trattamento tra due aree dello stesso Paese.

Ma possiamo aggiungerne altri: le disuguaglianze sono ancora più palesi se analizziamo la spesa pro-capite totale. Per un pugliese, ad esempio, nel 2020 ha speso complessivamente 1.826 euro, contro i 1.918 riservati a un emiliano o i 1.877 a un veneto. Per ogni lombardo, lo Stato destina 1.880 euro; per un campano, invece, 1.827 euro. Ma peggio va ai calabresi, ai quale spettano appena 1.800 euro a testa, contro i 1.916 euro che “riceve” ogni friulano, i 1.935 euro di spesa pro capite del Piemonte o i 1.917 euro della Toscana.

LE INFRASTRUTTURE

Capitolo infrastrutture: fra il 1950 e il 1960 la dote per le infrastrutture era pari allo 0,84% del Pil; tra il 2011 e il 2015 è crollata a uno striminzito 0,15%. Ma non è finita qui: solamente nel 2018 mancano all’appello 3,5 miliardi di euro di investimenti per il Sud, calcolo effettuato dalla Svimez partendo dalla regola, spesso e volentieri, per non dire sempre, tradita del 34% della ripartizione delle risorse in conto capitale da destinare al Mezzogiorno. Nel 2018, stima la Svimez, la spesa in conto capitale è scesa al Mezzogiorno da 10,4 a 10,3 miliardi, nello stesso periodo al Centro-Nord è salita da 22,2 a 24,3 miliardi.

Gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, che negli anni Settanta erano circa la metà di quelli complessivi, negli anni più recenti sono calati a un sesto di quelli nazionali. In valori pro capite, calcola Cpt, nel 1970 erano pari a 531,1 euro a livello nazionale, con il Centro-Nord a 451,5 e il Mezzogiorno a 677 euro; nel 2017 si è passati a 217,6 euro pro capite a livello nazionale, con il Centro-Nord a 277,6 e il Mezzogiorno a 102 euro. Fra il 2008 e il 2018 – aggiunge Banca d’Italia – gli investimenti fissi lordi della Pubblica amministrazione sono calati del 20 per cento, attestandosi a quota 37 miliardi, un taglio netto di dieci miliardi di euro.. E i sacrifici maggiori, neanche a dirlo, sono stati fatti dal Sud.

INVESTIMENTI PUBBLICI

Stesso copione nelle tabelle sugli investimenti pubblici in rapporto alla popolazione: la quota destinata al Sud è risultata sistematicamente inferiore rispetto al Centro-Nord. Tra il 2008 e il 2016, sempre secondo i dati di via Nazionale, il calo degli investimenti al Sud è stato del 3,6% annuo; più debole e in maggior flessione rispetto al resto del Paese è stata anche l’attività di progettazione di opere pubbliche. Eppure, secondo uno studio di Bankitalia, un incremento degli investimenti pubblici nel Sud, pari all’1% del suo Pil per un decennio, cioè 4 miliardi annui, avrebbe effetti espansivi significativi per tutta l’economia italiana.


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