X
<
>

Condividi:

IL SIGNIFICATO opposto e contrario all’Alta velocità ora ha un nome: Calabria. Parlano i numeri: 48 guasti, 415 convogli in panne, 94 cancellazioni e 40 tratte soppresse. In totale 2.377 minuti, che vuol dire 39,6 ore di ritardo. E stiamo parlando solo degli ultimi 10 mesi. Un tracollo che fa scivolare la regione dei bronzi di Riace e dell’Aspromonte nel Medioevo ferroviario, all’epoca delle tradotte, quando in Italia c’era ancora la Terza classe.

È un primato, quello della Calabria, che va oltre le conseguenze penosissime causate dai disservizi, oltre le intermittenze di un viaggio solitamente a singhiozzo. È la distanza oraria con la locomotiva del Nord. Un’ultima carrozza, umiliazione che la Calabria non merita.

I DIRITTI NEGATI

C’è stato un tempo in cui il treno e la ferrovia hanno rappresentato la massima espressione del progresso, delle sorti magnifiche e progressive. Era lo stesso tempo in cui Honoré Daumier dipingeva il “Vagone di terza classe”, Poche pennellate per raccontare il disagio sociale degli ultimi, i più umili, i contadini, gli spaccapietre. Un secolo e mezzo dopo,  le ferrovie calabresi rischiano di essere la cornice e i calabresi di finire al centro dello stesso quadro. E certi spot che pubblicizzano l’ostentato understatement di chi viaggia in altre regioni, comodo e a 300 km orari, non fanno che produrre una nuova rabbia.

In un territorio in cui anche gli spostamenti con altri mezzi pubblici non sono semplici e i disservizi non si contano più, il treno perde colpi su colpi. Viene da dire che in  Calabria è mancato anche il normale rapporto che si instaura di norma tra colonizzati e colonizzatori. Il rispetto dei secondi per i primi, una totale mancanza di programmazione, un’assenza di sviluppo.

Basta cercare sul web o sui social per far venire a galla come tappi di sughero le storie più incredibili. In certe zone della Piana di Gioia Tauro abbandonate dal dio dei binari ci si potrebbe accampare aspettando il passaggio del treno.

LA DENUNCIA DELLA CGIL

L’ultima denuncia (destinata a restare inascoltata?) è del segretario generale della Filt-Cgil Calabria, Nino Costantino: «Rfi ci ha abbandonati, chiediamo al presidente della Regione Occhiuto di farsi sentire, di fare come l’assessore regionale ai Trasporti della Lombardia che pochi giorni addietro, a causa di un guasto sulla rete che ha provocato un ritardo di 15 minuti, ha convocato l’amministratrice delegata di Rfi».

È bastato un quarto d’ora per scatenare l’ira del Pirellone e la reazione immediata. In Calabria non bastano 39,6 ore. La Rete è fatiscente. E quando non passa il treno, ripiegare sui pullman può comportare  altre mortificazioni. Corse soppresse per i motivi più vari, la malattia di un solo autista può avere effetti a cascata, paralizzare interi Comuni. Il diritto alla mobilità, per usare un parolone, da queste parti è negato. «L’ad di Rfi – è l’appello di Costantino – venga in Calabria, si faccia un viaggio, dimostri con i fatti di non considerarci l’ultima periferia dell’impero».  E, a seguire, la richiesta di portare nelle aule parlamentari «un serio dibattito sullo stato delle infrastrutture ferroviarie per verificare lo stato di abbandono e per impegnare Rfi a un cambio di rotta immediato nella strategia aziendale  e nel management che ha provocato e mantenuto tale situazione: la Calabria è una regione canaglia».  

Le risorse – è la denuncia del sindacato – sono poche e spese male. Mentre Rfi «fa orecchie da mercante e parla di centinaia di migliaia di euro di investimenti in manutenzione con il risultato di un aumento di guasti sulla linea che hanno prodotto rallentamenti, ritardi, cancellazioni di corse, coinvolto centinaia di treni e migliaia di passeggeri».  

E ancora: «La Rete ferroviaria è un colabrodo che produce un disservizio. Non ci sono paragoni con nessun altra regione del Paese, così si mette a rischio la sicurezza dei lavoratori e dei passeggeri».

GUASTI ALLA RETE

Come si fa a dire ai turisti «venite da noi in vacanza» se  non ci si riesce neanche ad arrivare? Forse sarebbe più semplice programmare un viaggio in Crimea. È bastato che sul calendario spuntasse la data del 1° agosto e i convogli – come gli incendi – hanno iniziato a rompersi a ripetizione, uno dietro l’altro.  Sulla tratta più importante e più frequentata, la Salerno-Reggio Calabria, dove con il Pnrr dovrebbe arrivare l’Alta Velocità: un guasto tecnico che avvenne tra Salerno e Paola causò uno stop di  3 ore penalizzando la circolazione di tutti gli altri treni: Frecciarossa, Intercity regionali. Centinaia  di passeggeri in trappola con  temperature bollenti.

I RITARDI? CONDIZIONE NATURALE

Di questi episodi ci si potrebbero riempire fogli su fogli. Un mese prima sulla stessa linea c’erano state le prove generali: un danno ai cavi dell’alta tensione tra Diamante e Belvedere Marino ha paralizzato la rete. Risultato: 15 treni bloccati, 250 minuti  di ritardo. Con distribuzione di bicchieri d’acqua, mascherine, richiesta al capotreno di aprire le porte del convoglio per scendere e sgranchirsi le gambe prima di riprendere la “corsa” che proprio corsa non è. Una coazione a ripetere lo stesso scenario. Il ritardo come condizione naturale. Ma più dei guasti a ripetizione colpisce l’inerzia. I piccoli interventi che non vengono mai effettuati.

Un esempio? La stazione di Cittanova chiusa a tempo indeterminato. Un problemone per 200 studenti del vicino istituto tecnico, costretti in pieno inverno ad aspettare all’addiaccio, a rischio congelamento sotto la pioggia. Una condanna accessoria. Perché? Le infiltrazioni di acqua dal tetto che hanno reso inagibile la stazione, un danno, secondo alcuni esperti, da poche migliaia di euro.

I treni in Europa sfrecciano ormai quasi ovunque. Ma non in Calabria, dove i viaggi della speranza da Lamezia Terme a Cosenza non si contano più. In ritardo, spesso senza aria condizionata, igiene ai minimi, pendolari esasperati. Ogni viaggio un’avventura: almeno fossimo sull’Orient-Express.


La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.
Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  
Contiamo su di voi per preservare questa voce libera che vuole essere la bandiera del Mezzogiorno. Che è la bandiera dell’Italia riunita.
ABBONATI AL QUOTIDIANO DEL SUD CLICCANDO QUI.

Condividi:

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA