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SPERIAMO che nel tempo più breve possibile si chiariscano e si superino i motivi in base ai quali la Corte dei Conti ha bloccato il finanziamento statale da 81 milioni destinati alla produzione del vaccino italiano, Reithera, fra i più promettenti in campo internazionale,  già entrato nella fase 2 di sperimentazione e prodotto da una società di Castel Romano (Roma) in collaborazione con l’Inmi Spallanzani, sempre della Capitale. I magistrati contabili hanno, in proposito, evidenziato il rischio che parte di questi fondi possa andare a rafforzare il patrimonio della società.  Ci auguriamo anche che il governo dica la sua, dal momento che lo stanziamento di risorse pubbliche per il nuovo vaccino è parte di una strategia di politica industriale rivolta a contrastare l’emergenza sanitaria.

Abbiamo già assistito alla campagna altalenante con cui si è proceduto alla vaccinazione di massa creando a giorni alterni confusione su alcune tipologie, sul modo e sui soggetti a cui effettuare la somministrazione. Se – dopo ciò che abbiamo passato e prima di quanto ci attende nell’evoluzione del contagio – vi sono ancora milioni di italiani (e di europei) renitenti alla vaccinazione, le spiegazioni vanno cercate anche nel ‘’balletto’’ delle autorità sanitarie sull’utilità o meno dei diversi prodotti.  Ovviamente non pretendiamo di ottenere certezze assolute  che non sono ancora nell’ambito delle possibilità della scienza. Nel caso di Reithera, tuttavia, non è in questione l’efficacia del vaccino – che è ancora in fase di sperimentazione – ma la legittimità delle procedure di finanziamento. 

E problemi siffatti dovrebbero poter trovare una soluzione in una sede diversa e preliminare ad un giudizio, tanto più se di competenza della magistratura contabile (di solito si mette in mezzo quella penale in un Paese come l’Italia in cui tutto è ormai scandito dal diritto penale). In uno dei suoi discorsi più importanti – anche perché fu il secondo svolto nel ruolo di presidente del Consiglio –  Mario Draghi si espresse con lucida chiarezza su di un tema come quello del rapporto tra scelte politiche e controllo della magistratura che da noi è diventato uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo, tanto che la Ue ci impone una riforma della giustizia non tanto con riguardo ai diritti dei cittadini, quanto piuttosto come rimozione di uno dei principali motivi  del declino del nostro Paese.  

L’occasione fu l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti. Dopo aver ricordato il nuovo scenario del NGEU, Draghi disse: “Due sono le parole chiave di questa relazione: fiducia e responsabilità. Fiducia tra istituzioni e persone che le compongono, responsabilità nei confronti dei cittadini. È necessario sempre trovare un punto di equilibrio tra fiducia e responsabilità: una ricerca non semplice, ma necessaria. Occorre, infatti, evitare gli effetti paralizzanti di quella che viene chiamata la “fuga dalla firma”, ma anche regimi di irresponsabilità a fronte degli illeciti più gravi per l’erario. Tenendo conto peraltro che, negli ultimi anni, il quadro legislativo che disciplina l’azione dei funzionari pubblici si è “arricchito” di norme complesse, incomplete e contraddittorie e di ulteriori responsabilità anche penali. Tutto ciò – aggiunse il neopremier – ha finito per scaricare sui funzionari pubblici responsabilità sproporzionate che sono la risultante di colpe e difetti a monte e di carattere ordinamentale; con pesanti ripercussioni concrete, che hanno talvolta pregiudicato l’efficacia dei procedimenti di affidamento e realizzazione di opere pubbliche e investimenti privati, molti dei quali di rilevanza strategica”.  

All’interno di questa impostazione dei ruoli si giustifica anche quanto – di nuovo – è stato scritto nel PNRR. Sotto il titolo “Abrogazione e revisione di norme che alimentano la corruzione” possiamo leggere: “La corruzione può trovare alimento nell’eccesso e nella complicazione delle leggi. La semplificazione normativa, dunque, è in via generale un rimedio efficace per evitare la moltiplicazione di fenomeni corruttivi”.  In sostanza, sembra di capire (e condividere) che sono le norme contro la corruzione ad alimentarne la diffusione.

Infatti, il testo prosegue denunciando che: “Vi sono, in particolare, alcune norme di legge che possono favorire più di altre la corruzione. Si rende, dunque, necessario individuare prioritariamente alcune di queste norme e procedere alla loro abrogazione o revisione. Ad esempio – prosegue il documento – vanno riviste e razionalizzate le norme sui controlli pubblici di attività private, come le ispezioni, che da antidoti alla corruzione sono divenute spesso occasione di corruzione. È necessario eliminare le duplicazioni e le interferenze tra le diverse tipologie di ispezioni”.

Si arriva poi al sancta sanctorum della legge Severino, il vero scivolone populista del governo Monti: “Occorre semplificare le norme della legge n. 190/2012 sulla prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione; e le disposizioni del decreto legislativo n. 39/2013, sull’inconferibilità e l’incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni e gli enti privati in controllo pubblico. Al tempo stesso, occorre evitare che alcune norme nate per contrastare – la musica dell’obiettivo non cambia ma raggiunge toni più elevati – la corruzione impongano alle amministrazioni pubbliche e a soggetti privati di rilevanza pubblica oneri e adempimenti troppo pesanti. È il caso delle disposizioni sulla trasparenza che prevedono – tra l’altro – obblighi di pubblicazione di numerosi atti; obblighi non sempre giustificati da effettive esigenze di conoscibilità dei cittadini e assai onerosi per gli uffici, soprattutto degli enti minori. È il caso, inoltre, delle norme che contemplano ben tre tipi di accesso ai documenti e alle informazioni amministrative. Un’unica piattaforma per la trasparenza amministrativa alleggerirà gli obblighi di pubblicazione delle varie amministrazioni su proprie piattaforme; un unico accesso alle informazioni pubbliche è idoneo ad avere evidenti effetti di sicurezza”.

Molto opportunamente questo brano – seguono poi i tempi e le modalità di applicazione – non si trova nel capitolo della Riforma della Giustizia, ma in quello della Semplificazione e Concorrenza; a prova che l’impianto teoretico contro la corruzione non solo produce effetti contrari ma rappresenta la gran parte di quegli ostacoli sul cammino dell’economia e dello sviluppo che di solito vengono definiti, genericamente ed eufemisticamente, “ritardi burocratici”.

Dopo anni durante i quali la questione più importante non era eseguire le opere ma combattere la corruzione anche a costo di presumerla in ogni caso (come sosteneva Piercamillo Davigo: “Non è più semplice mandare un ufficiale di polizia giudiziaria sotto copertura a partecipare a una gara d’appalto e quando qualcuno la vincerà, dicendo ‘’tu questa gara non la devi vincere lo arresta così facciamo prima?”); dopo anni in cui occorreva sottoporre al visto dell’Anac anche il contratto per la colf, sembra che ci si avvii verso un’atmosfera più serena, più normale. Con l’auspicio che non debbano più ripetersi i casi di vero e proprio killeraggio giudiziario come è accaduto all’ ex Ilva.


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