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È incredibile? No, purtroppo è credibilissimo il tentativo di alcuni magistrati – non osiamo pensare che siamo tutti e neppure la maggioranza – i quali di fatto minacciano di bloccare ancor più di quanto già non sia bloccata la macchina giudiziaria, se ai cittadini togati non verrà assicurata la priorità nelle vaccinazioni. Non è una cosa nuova. Anche gli avvocati hanno avanzato la stessa richiesta sostenendo che coloro che svolgono un servizio pubblico in mezzo al pubblico meritano una protezione speciale contro il Covid.

Sarebbe una richiesta ragionevole se di vaccini ne esistessero in quantità sufficienti per tutti, mentre così non è. E lo sappiano tutti, probabilmente anche quegli encomiabili servitori dello Stato. Il punto qual è? Che nella fase in cui non ci sono vaccini per tutti, si devono – dovrebbero – vaccinarsi per primi coloro che appartengono alle fasce d’età su cui si accanisce la mortalità, non la morbilità. Chi rischia la pelle – statistiche alla mano – ha un’età compresa fra i sessantacinque e gli ottantacinque anni. 

Naturalmente si registrano purtroppo anche migliaia. Di casi di persone che muoiono di Covid in età più giovani, ma si tratta di eccezioni e statisticamente non sono di più di quelli che ogni anno muoiono di influenza. Anzi, neppure: per uno straordinario caso epidemiologico, da un anno nessuno muore più di influenza perché le misure anti-Covid – distanziamento, mascherina e igienizzazione – hanno stroncato l’influenza normale. Tuttavia, in Italia per ora abbiamo soltanto una previsione per una decina di milioni di vaccini fino all’inizio dell’estate, in un Paese di oltre sessanta milioni di abitanti. Ciò dovrebbe avere come conseguenza quella di dare l’assoluta precedenza secondo fasce d’età. Come si sta facendo a macchia di leopardo in alcune regioni e città. Ma l’Italia è anche il Paese delle corporazioni: noi giornalisti siamo una corporazione (e c’è chi reclama il vaccino del cronista), lo sono medici ed avvocati, magistrati e farmacisti, falegnami e musicisti, attori ed autisti, tassisti e ferrovieri, ciascuno col suo specialissimo rapporto col pubblico, con le sue esigenze e naturalmente un forte spirito di corporazione.

Corporazioni e sindacati, insieme alle amministrazioni regionali trasformate in piccoli regni e repubbliche autonome. Questa situazione arlecchinesca e paradossale è in buona parte responsabile dei disastri sanitari che ancora accompagnano l’epidemia del Covid e le risposte sbagliate o carenti o fuorviate per contenerlo. Una di queste consiste nel cedimento alle pressioni corporative a tutte le categorie che minacciano di incrociare le braccia o ridurre il lavoro sotto la soglia minima mai raggiunta, facendo valere il principio secondo cui nessuno può essere tenuto a lavorare in condizioni di salute minacciate da un morbo. Ed è qui che dovrebbe intervenire, insieme al buon senso e allo spirito di servizi durante un evento mostruoso come una pandemia che ha già causato circa centoventimila morti (così dice l’Istat, al di là delle valutazioni sanitarie: dal 2020 mancano all’appello 380 mila persone fra morti e non nati) di cui oltre il novanta per cento appartenenti alla fascia d’età degli over settanta.

Noi troveremmo anche comprensibile che i magistrati ultrasettantenni (ma ce ne sono?) chiedessero una corsia privilegiata insieme a tutti gli statali e i lavoratori che per dovere d’ufficio hanno ogni giorno a che fare con il pubblico. Ma davvero l’età dei magistrati che chiedono la corsia privilegiata superano i settanta? Coloro che hanno dai venticinque ai sessantacinque anni, statistiche alla mano, sono anch’essi soggetti all’infezione – la quale dipende sua volta soltanto dalla imperfetta osservanza delle norme di distanziamento e dalle altre misure obbligatorie –   ma non alla mortalità.

Naturalmente nessuno è contento se prende un Covid sintomatico pericoloso quanto o meno una normale influenza e tutti vorremmo – vogliamo – essere tutelati. Ma nel momento attuale, assegnare le fiale disponibili a chi non ha l’età in cui si muore significa sottrarle a coloro che invece quell’età ce l’hanno. E dunque la sottrazione di un farmaco che salva vite ad una specifica quantità di persone per assegnarlo a chi non corre rischio di morire, ci sembra una cosa veramente inconcepibile. Naturalmente vale sempre, per tutte le categorie specialmente del pubblico impiego, il potere della minaccia: se non mi dai quel che chiedo, io interrompo o rallento il servizio.

Trattandosi poi del servizio della giustizia, già così carente, zoppicante, spesso sulle cronache per vicende non tutte edificanti (cosa che accade anche a tante altre categorie, giornalisti compresi), la richiesta perentoria di dirottare un certo numero di fiale destinante ai settanta-ottantenni a persone molto più giovani che non rischiano la pelle (sempre statistiche alla mano), ci sembra una richiesta che difficilmente potrebbe portare maggior prestigio a chi la richiede, o addirittura la impone.


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