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Nel giorno in cui il Rapporto sul mercato del lavoro certifica che nei primi nove mesi del 2020 il Covid ha cancellato in Italia 470mila posti di lavoro, di cui 151mila solo nel Mezzogiorno, la fiscalità di vantaggio, ovvero lo strumento cui si è affidata la speranza di contenere l’emorragia occupazionale proprio nelle regioni meridionali, sembra incrociare un nuovo pasticcio, per cui le associazioni chiamano in causa ancora una volta l’Istituto nazionale di previdenza sociale.

Così Unimpresa – che l’11 febbraio aveva già denunciato il blocco della decontribuzione per via del cortocircuito autorizzativo tra Commissione Ue, Ministero del lavoro e Inps – avverte di una «nuova beffa in vista», mentre Assosomm, l’Associazione italiana delle Agenzie per il lavoro, parla di un «obiettivo mancato» per il Sud.

Dal primo ottobre dello scorso anno le aziende del Mezzogiorno possono contare uno sgravio del 30% sul costo del lavoro, la misura resterà in vigore fino al 2029 (con un decalage a partire dal 2026, fino ad arrivare al 10% negli ultimi due anni), con il sospirato benestare della Commissione europea che è finalmente arrivato. Eppure gli ingranaggi non sembrano girare come dovrebbero. Cosa succede?

Al centro del problema sono fondamentalmente i contratti di somministrazione, ovvero quelli che riguardano le persone utilizzate da un’azienda ma assunte dalle agenzie del lavoro. Lo sconto previsto, segnala Unimpresa, rischia di essere negato alle aziende che assumono con contratti interinali da agenzie che hanno sede al Nord.

«Ad esempio – spiega Giovanni Assi, consigliere nazionale di Unimpresa – se un’azienda assume un lavoratore in una sede operativa di Bari, ma il lavoratore è iscritto in una agenzia per il lavoro la cui sede è a Milano – come accade a tanti giovani che sono andati a studiare nelle università settentrionali – l’azienda non potrà usufruire della riduzione contributiva e, pertanto, dovrà sostenere il costo contributivo in misura piena. Al contrario, paradossalmente, se fosse un’azienda di Milano ad assumere un lavoratore per il tramite di un’agenzia di somministrazione con sede a Bari, la decontribuzione Sud potrebbe essere usufruita dall’azienda del Nord».

Un danno e una beffa, dal momento che, sottolinea Assi, «il fine di questa decontribuzione è quello di alleggerire il costo del lavoro per le aziende che operano in una delle regioni cosiddette svantaggiate favorendo l’occupazione, prescindendo da dove l’eventuale agenzia di turno abbia la propria sede». «Insomma – afferma Assi – si rischia di agevolare le aziende del Nord, e questo non è un male perché l’Italia è una sola, ma finendo per penalizzare quelle del Sud per cui l’agevolazione è stata introdotta».

La situazione sarebbe stata determinata da una «svista» nella circolare diramata dall’Inps per sbloccare il precedente impasse. Assi sollecita, quindi, chiarimenti e correzioni, dal momento che la «svista» avrebbe un impatto negativo per i contributi in scadenza il prossimo 16 marzo, con le aziende che hanno dovuto già affrontare l’esborso finanziario imprevisto in occasione dei versamenti di febbraio determinato dal ritardo nella diramazione della circolare: ora l’Istituto provvederà al rimborso, ma intanto gli imprenditori non hanno potuto usufruire dello sconto del 30% sul costo del lavoro, e per molti questo ha significato dover fare i conti con la scarsa liquidità in cassa.

A dare virtualmente manforte a Unimpresa arriva Assosomm: «Avremo agenzie per il lavoro, ma anche aziende, cioè datori di lavoro diretti, che avranno la possibilità di poter usufruire di agevolazioni contributive semplicemente incardinando i rapporti di lavoro in una sede del Sud, pur avendo lavoratori che prestano effettivamente la propria attività in altre regioni d’Italia», afferma Rosario Rasizza. Per usufruire della fiscalità di vantaggio la sede di lavoro deve essere in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, ma, sottolinea Rasizza, l’Inps specifica che per «sede si intende l’unità operativa presso cui sono denunciati in Uniemens i lavoratori, indipendentemente dal fatto che questi lavoratori operino poi in una regione del Nord».

Per Assosomm l’interpretazione dell’Inps deve essere ripensata «perché conduce a un effetto paradossale»: «Si pensi a un’azienda con accentramento contributivo nel Nord Italia, ma con siti operativi nel Sud: in questo caso, pur rientrando perfettamente nei parametri indicati dalla norma, il costo del lavoro rimarrebbe invariato, perché il datore di lavoro non potrebbe aver diritto allo sgravio». In questo modo, sostiene, «l’agevolazione non si riverbererà mai su persone e famiglie che in quelle aree vivono, non favorendone l’emancipazione e il radicamento: obiettivo decisamente mancato».

Intanto, i dati dell’Istat – che compaiono del rapporto realizzato oltre che dall’Istituto di statistica, dal ministero del Lavoro, Inps, Anpal – danno conto delle ferite lasciate dal Covid nel mercato del lavoro che ha visto andare in fumo 470mila posti in tutt’Italia (-2%), riportando le lancette dell’occupazione al 2016. Con il Mezzogiorno a registrare un calo di 151mila unità (-2,4%) e segnare un milione 140mila disoccupati. I numeri risentono del crollo registrato soprattutto nel soprattutto secondo trimestre, quando il dato nazionale ha segnato – 841mila unità (-3,6%), – 331mila nelle regioni meridionali (- 5,3%). Nonostante l’epidemia abbia inizialmente colpito in maniera più grave le regioni settentrionali, si spiega nel rapporto, nel secondo trimestre 2020 la riduzione dell’occupazione è maggiore nel Mezzogiorno (-5,3%, a fronte del -2,9% del Centro e del -3 del Nord del Paese), dove l’occupazione femminile perde il 7,3% in un anno. Nel terzo trimestre 2020, invece, il calo è più accentuato nel Centro Nord: il Nord perde 296 mila occupati (-2,4%), il Centro 190 mila unità (-3,8%) e il Mezzogiorno 135 mila lavoratori (-2,2%).

Ma nel complesso nella media dei primi tre trimestri del 2020 il Mezzogiorno ha registrato un calo del 2,4% dell’occupazione in confronto al -2% del Centro e -1,8% del Nord. La maggiore diminuzione in termini relativi nelle regioni meridionali sconta anche la progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa: la perdita di quel prezioso capitale umano che lascia la propria terra in cerca una chance al Nord.


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