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L'ex Ilva di Taranto

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Alla fine a fermare alcuni impianti ci ha pensato la stessa Arcelor Mittal. Appena due settimane fa, il Consiglio di Stato aveva evitato la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto sospendendo il provvedimento del Tar di Lecce; venerdì sera, però, la nuova doccia gelata per gli operai.

L’azienda ha comunicato alle organizzazioni sindacali l’immediata fermata di alcuni impianti. La decisione riguarda, ad esempio, l’Acciaieria 1, il tubificio, mentre la ripartenza del treno lamiere (Pla2), che era prevista per l’undicesima settimana, al momento non si conosce la data di riavvio.

Slitterà alla prossima settimana, a seguito di fermate improvvise per problematiche impiantistiche, la ripartenza del treno nastri 2. Per le manutenzioni centrali / Magazzini l’azienda ha comunicato ai sindacati un aumento del numero di lavoratori collocati in cassa integrazione, per un totale di 250. Complessivamente altri 500 operai vanno in Cig, aggiungendosi ai 3.700 già in cassa integrazione.

Mentre quelli delle ditte dell’appalto attendono ancora mensilità. Una situazione che è frutto del braccio di ferro tra ArcelorMittal e il governo italiano: “Il solito ricatto”, sostengono i sindacati. Un muro contro muro con in mezzo i lavoratori e la città.

Da una parte ArcelorMittal che dal 19 marzo ha ridotto la produzione; dall’altra il governo e Invitalia che avrebbe dovuto versare a febbraio 400 milioni per la capitalizzazione della nuova società di gestione dello stabilimento e che non ha ancora adempiuto all’accordo.

Non c’è pace per l’acciaieria, che naviga a vista. Alla base di tutto, secondo quanto riferiscono fonti sindacali, ci sarebbe la volontà da parte del governo Draghi di rivedere l’accordo siglato nei mesi scorsi dall’Esecutivo Conte.

Un altro calvario in attesa della sentenza del Consiglio di Stato, che dovrebbe arrivare il 13 maggio, sul ricorso contro il pronunciamento del Tar di Lecce che aveva confermato l’ordinanza del sindaco Rinaldo Melucci per la fermata dell’area a caldo. “Aminvestco è costretta ad annunciare una riduzione dei suoi livelli di produzione ed un rallentamento temporaneo dei suoi piani di investimento. Queste misure saranno in vigore fintanto che Invitalia non adempierà agli impegni presi con l’Accordo di Investimento”; ha spiegato ieri Arcelor Mittal in una nota.

Aminvestco fa riferimento all’Accordo di Investimento firmato con Invitalia lo scorso 10 dicembre 2020 che prevede l’impegno si Invitalia a sottoscrivere e versare un aumento di capitale di euro 400 milioni entro il 5 febbraio 2021 ed una serie di altre misure per sostenere gli investimenti della società.

“Nonostante la natura vincolante dell’accordo, ad oggi Invitalia non ha ancora sottoscritto e versato la sua quota di capitale e quindi non ha adempiuto agli obblighi previsti dall’accordo. Questo persistente mancato adempimento sta seriamente compromettendo la sostenibilità e le prospettive dell’azienda e dei suoi dipendenti”, aggiunge AM.


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