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Mario Draghi

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Per quanto possa sembrare incomprensibile, col senno del poi, il disastro dell’Afghanistan è precipitato come una meteora tra le Cancellerie europee. Eppure Joe Biden aveva indicato persino la data del ritiro (che poi è stata anticipata) e nessun premier europeo si era ricordato alla riunione del G7 in Cornovaglia di chiedere al presidente Usa che cosa intendesse fare a Kabul, dopo aver svolto il suo tour di prese di contatto in Europa all’insegna del “America is back’’.

Così la crisi afghana, sfociata nel disastro che tutti avrebbero potuto prevedere al momento del ritiro delle truppe della Nato, ma che, al dunque aveva preso tutti di sorpresa, è piovuta inattesa sui tavoli dei governi. Per il prestigio internazionale di cui gode e per il ruolo che si appresta a svolgere nella Ue all’uscita di scena di Angela Merkel, Draghi ha dovuto occuparsi a tempo pieno del nuovo dossier (la crisi si è aggravata nelle ultime ore a seguito degli attentati terroristici a Kabul), mentre i partiti della maggioranza, a giorni alterni, si occupavano d’altro: dal Green Pass al tema dell’accoglienza dei profughi. Per non parlare dei sindacati che si sono messi a raccomandare le vaccinazioni, ma a proteggere, nello stesso tempo, i renitenti persino dall’uso di uno strumento precauzionale come il Green Pass per accedere alle mense aziendali che, a loro avviso, non possono essere trattate alla stregua dei ristoranti.

Il premier, con senso pratico, capacità di mediazione e di sintesi ha risolto fino ad ora parecchie questioni spinose e divisive che si erano poste sul cammino di una maggioranza strampalata come quella che sostiene il suo governo. Rimane tuttavia un settore che rimane scoperto e sul quale non sappiamo quali siano il pensiero e le intenzioni di Draghi. Si tratta delle politiche del lavoro e della previdenza, sulle quali il suo governo è subentrato in un contesto nel quale il Conte 2 – con Nunzia Catalfo al Lavoro – aveva promesso ai sindacati che si sarebbe attenuta alle loro proposte.

Draghi è riuscito a sfilarsi dal blocco dei licenziamenti che per 500 giorni aveva congelato il mercato del lavoro lasciando sul campo un milione di posti in meno, la maggior parte dei quali erano mancate assunzioni o mancato rinnovo di contratti a termine. Ora però si pone il problema di come orientare la riforma degli ammortizzatori sociali e in generale le politiche del lavoro in vista della ripresa (sempreché non abbia la meglio la variante Delta nell’imporre nuove restrizioni).

Si direbbe che il ministro Orlando abbia fatto un bel po’ di testa sua e che sulle proposte riguardanti gli ammortizzatori sociali non sia d’accordo il Mef, mentre per quanto concerne le misure per contrastare le delocalizzazioni non ha protestato solo la Confindustria, ma ha preso le distanze anche Giancarlo Giorgetti dal Mise. È nel campo delle pensioni che Draghi tace da quando ha ottenuto la fiducia. A leggere i suoi interventi non si trova neppure la parola: neanche per indicare la sede di una pensione per i cani di cui la famiglia Draghi si avvale quando deve separarsi dall’amato bracco ungherese. Certo, è un argomento difficile sul quale in questi anni si sono sparsi veleni, luoghi comuni, menzogne, fino a persuadere l’opinione pubblica (grazie all’azione dei media che abbiamo visto in azione anche recentemente dopo la nomina di Elsa Fornero in una commissione di Palazzo Chigi) che la riforma del 2011 debba essere cancellata.

Quando il ministro Andrea Orlando ha incontrato i sindacati si è intravista ed intuita una linea generale che il governo intenderebbe seguire: alla scadenza di quota 100 il sistema rientrerebbe, nella misura del possibile, nel tracciato della riforma Fornero, salvo un rafforzamento del pacchetto Ape per i casi di effettive difficoltà personali, lavorative e famigliari. Chi scrive avrebbe il diritto di rivendicare il copyright di questa soluzione, ma ne cede volentieri la paternità al presidente dell’Inps che da settimane la caldeggia, dopo aver demolito, sulla base dei dati, non solo l’effetto quota 100 ma anche le proposte presentate dai sindacati sulle quali chiedono minacciosi risposte da parte del governo.

Draghi sa bene quali siano le conseguenze di lungo periodo di interventi sulle pensioni che non tengano conto delle implicazioni di finanza pubblica, dei trend demografici e di un minimo di equità intergenerazionale. Le domande sono altre: fino a che punto sarà disposto a mediare all’interno della sua maggioranza, sapendo che non potrà contare sull’appoggio di nessuno dei partiti della coalizione perché se alcuni di essi saranno contrari a raddrizzare le deviazioni giallo-verdi, altri, tra cui il Pd, se ne andranno a caccia di farfalle, invitando il premier ad andare avanti perché a loro scappa da ridere.

L’ultima uscita di Matteo Salvini in difesa di quota 100 ha tono eversivo, indegno e indecoroso per un partito che sta al governo del Paese con ministri autorevoli ed importanti. Alla stregua di un caudillo golpista colui che fu ministro dell’Interno ha minacciato: «Se torna la legge Fornero, mettiamo i Tir all’ingresso delle autostrade».

Prima di rispondergli che il governo manderebbe i carabinieri in via Bellerio, qualche amico dovrebbe spiegare al facinoroso leader leghista che la riforma Fornero è sempre stata in vigore, ancorché sottoposta a due devastanti deroghe temporanee una delle quali (quota 100 appunto) verrà a scadenza a fine anno (l’altra a fine 2026).

Magari questo stesso amico potrebbe anche aggiungere che il suo “41 anni per tutti” costerebbe 75 miliardi cumulati in un decennio. Ma perché non credere a Claudio Durigon, “il padre di quota 100”? In un pdl (AC 2855) presentato l’11 gennaio scorso (quando la Lega era ancora all’opposizione) proprio da Claudio Durigon come primo firmatario seguito da un sfilza di altri deputati leghisti tra cui il capogruppo Riccardo Molinari, all’articolo 2, era previsto di mantenere quota 100, solo per i soggetti che svolgono lavori usuranti individuati con i criteri già in uso ai fini dell’accesso all’Ape sociale o alla pensione per i lavoratori precoci. Lo stesso Durigon, divenuto vice ministro al Mef, in una intervista rilasciata a Valentina Conte di Repubblica aveva dichiarato con riferimento a quota 100: «Lo abbiamo detto, in ogni modo, che era una sperimentazione».


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