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Giuseppe Conte e Matteo Renzi

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Tempo di lettura 4 Minuti

E’ UNA grande partita di poker, di quelle in cui ognuno punta al bluff rilanciando nella speranza che gli altri lascino il tavolo senza chiedere di vedere le carte. Questa sembra la metafora, non proprio esaltante, che descrive la fase politica attuale. Questo spiega anche l’irritazione di una parte dell’opinione pubblica che, sostenuta da un buon numero di media, si chiede se sia accettabile che con il numero di morti che registriamo ogni giorno i politici giochino a poker.

In realtà le cose non stanno proprio così. Il simil-poker del confronto politico è reso obbligato dalla consapevolezza che c’è una inevitabile speculazione a trarre profitto dall’emergenza per costruire una rete di poteri e posizioni da far valere per il dopo. Qui di Cincinnato che finita l’emergenza se ne vanno, o di Garibaldi che dopo aver conquistato un regno si ritirano a Caprera con un sacco di fagioli proprio non c’è traccia. C’è un sistema politico in affanno che la pandemia ha mostrato alla frutta quanto a capacità dei partiti di guidare la nazione ad uscire dalle difficoltà, sicché c’è un movimento, confuso in verità, per riempire quel vuoto.

LA SUPER-REGIA

In questa vicenda però c’è un primo atto su cui è calato il sipario e un secondo atto che sta iniziando ora. Nel primo si vedeva un premier che, sostenuto da qualche ministro e da un po’ di burocrazie, provava il colpo di mano di intestarsi la gestione di un enorme finanziamento in arrivo dall’Europa. In fondo gli era andata bene nella prima fase della pandemia con la strategia dei DPCM e delle conferenze stampa solitarie, perché non doveva funzionare nella seconda?

Si poteva credere che davvero l’introduzione informale di una sorta di sfiducia costruttiva lo blindasse, visto che un’alternativa era vista male da tutti, dall’Europa, dalle grandi agenzie economiche e sociali. E poi c’era il babau del ricorso ad elezioni anticipate in caso di crisi, una prospettiva terrorizzante per gran parte dei parlamentari. Il colpo di scena è stata la decisione di Matteo Renzi di alzare la posta, anziché chiedere di vedere le carte. Il colpo di mano (infilare in un emendamento della legge di bilancio una smaldrappata “cabina di regia” con annesso riparto di quattrini attribuiti) non è stato accettato, anzi è stato denunciato con l’impegno nel caso a far cadere il governo. Il senatore di Rignano è un politico abile e sa fare il corsaro, perciò ha scommesso che il primo a non volere le elezioni anticipate sarebbe stato Conte (il quale, sia detto fra parentesi, se le volesse le avrebbe facilmente dimettendosi).

Dunque ha posto una condizione apparentemente capestro, ma in realtà non troppo difficile da ottenere: annullamento della strategia che stava dietro l’invenzione di quel tipo di cabina di regia. In fondo era quello che volevano tutti: apertamente oltre all’opposizione i gruppi dirigenti dei partiti di coalizione stufi di fare il piedistallo al protagonismo del premier, in maniera più discreta le istituzioni di garanzia della Repubblica, preoccupate di una impostazione che presentava profili di rischio per la manomissione di equilibri in senso lato costituzionali.

Adesso il problema per i giocatori è se alzarsi dal tavolo lasciando vincitore assoluto Renzi, evitando di provocarlo a mettere in atto la sua minaccia di far saltare il governo, oppure rilanciare a loro volta, convinti che ci sia spazio per obbligare lo sfidante a fermarsi. E’ quanto sta cercando di fare Conte parlando di tutto come di un grande equivoco, ma soprattutto lasciando perdere la strategia del colpo di mano. Il premier sa bene di avere anche lui delle carte da giocare. Nel momento in cui si sono sbloccati i fondi del Next Generation UE con la caduta del veto di Ungheria e Polonia sul bilancio comunitario, ritorna indiscutibilmente l’esigenza di realizzare per la loro gestione un meccanismo più efficiente del guazzabuglio burocratico-amministrativo che di norma li riceverebbe in dote. E questo gli consentirebbe una dignitosa ritirata.

Il fatto è che grandi paesi come la Francia o la Germania hanno realizzato le loro cabine di regia senza farsele suggerire dai deliri di onnipotenza di qualche gruppetto di consulenti, ma costruendole come un sistema di raccordo fra governo, parlamento, amministrazioni locali, grandi agenzie di intervento economico e sociale. In fondo il modello è abbastanza semplice e non incontrerebbe difficoltà a trovare un largo consenso anche da noi. Soprattutto non scasserebbe il nostro sistema di equilibri costituzionali, perché potrebbe tranquillamente essere replicato con eguale consenso in qualsiasi tipo di emergenza futura.

LA LOTTIZZAZIONE

Naturalmente esiste in rischio che nella nostra non brillante situazione attuale in questo modo si dia spazio ad una lottizzazione allargata che riuscirebbe nociva al buon funzionamento dei meccanismi di impiego dei famosi 206 miliardi di fondi europei. Però non c’è affatto garanzia che concentrando tutto su Palazzo Chigi e dintorni si eviti una lottizzazione, in questo caso a pro di una cerchia molto più ristretta di beneficiari. Il tema sul tappeto è quello che si è cercato di descrivere.

Per il resto si vedrà. Intanto si porterà a termine l’iter per la legge di bilancio e quello per la conversione dei decreti ristori. Magari si pasticcerà un poco sulle restrizioni natalizie, giusto per fare un po’ di scena a pro di tutti, rigoristi e umanitari (piuttosto astratti se non finti, gli uni e gli altri). In contemporanea si cercherà di trovare il modo di mettere fine alla partita di poker senza magari che nessuno finisca rovinato del tutto.


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