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Palazzo Chigi

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Come era facilmente prevedibile il prolungarsi della pandemia sta mettendo crudelmente a nudo tutte le debolezze del Paese e sta portando al pettine nodi, che ormai da troppi anni stanno strangolando la nostra comunità nazionale.

Mai come in questi momenti sembra abissale la distanza fra quello che si chiamava un tempo il “Paese legale”, cioè le istituzioni politiche, e il “Paese reale”, cioè quello che tutti i giorni combatte per la sopravvivenza. Mai come in queste ore sembra incolmabile il vuoto fra gli obiettivi di rilancio che l’Europa ci propone e la capacità realizzativa che governo, amministrazione centrale e regioni possono garantire nei termini necessari per rendere credibile uno sforzo collettivo di tali dimensioni.

Mentre risulta evidente che l’obiettivo di Renzi è espellere Conte dal quadro politico, considerandolo l’unico vero concorrente nel controllo della palude centrista, le questioni che il leader di Italia Viva pone anche strumentalmente riemergono dal recente fangoso passato e mettono al centro la questione dell’adeguatezza dell’assetto istituzionale ed amministrativo del Paese. L’accentramento di molte funzioni di gestione dell’emergenza nella Presidenza del Consiglio, l’uso esondante dello strumento straordinario dato dalla decretazione d’urgenza da parte del presidente del consiglio dei ministri – i famosi DPCM, l’evidente venir meno del coordinamento fra livello centrale e livelli regionali sono temi che si stavano già cumulando nel recente passato, ma che oggi in questa infinita sospensione delle nostre precarie quotidianità sembrano essere divenuti motivo di blocco dell’attività del governo.

Il rischio è che la grande disponibilità di risorse che l’Europa ha offerto per risanare la “sponda fragile” dell’Unione non trovi competenze adeguate dentro la macchina burocratica dello Stato, né dentro le amministrazioni regionali. Qui si pone certamente il tema della stessa forma organizzativa dello Stato nel suo insieme. Dopo venti anni è evidente che la riforma del Titolo Quinto della Costituzione, approvato con legge 3/2001, mostra tutte le sue fragilità. La riforma della Costituzione del 2001 portò a destinazione il lungo percorso delle Regioni, definendo i poteri esclusivi dello Stato centrale, i poteri delle Regioni, ma lasciando in mezzo 23 materie in cui i due livelli dovevano operare insieme secondo un “Principio di Leale Collaborazione istituzionale”, che poi alla prova dei fatti si è dimostrato vincolo troppo labile per reggere una tale complessità di relazioni.

Ciò che ne è conseguito è stata una sfilza di conflitti davanti alla Corte Costituzionale e sempre più spesso un intrigo di veti reciproci, che ha reso ancora più difficile ed imprevedibile la fase di attuazione delle politiche, che richiedono necessariamente una dimensione nazionale, ma anche un incardinamento territoriale. Quel principio prevede che lo Stato centrale definisca gli obiettivi e gli standard che ognuno deve raggiungere nel Paese per garantire eguali diritti a tutti gli appartenenti alla Repubblica e che nei territori le Regioni che disponessero gli strumenti più adeguati per raggiungere i fini comuni. Nel contempo quello stesso principio prevede un intervento dello Stato centrale laddove le amministrazioni locali non siano in grado di garantire l’attuazione dei programmi comuni, poiché l’arretratezza dell’uno diviene fragilità di tutto l’insieme, come ben si è visto in questi mesi.

Per garantire questo livello nazionale di guida ed intervento occorrono però competenze tecniche, che l’amministrazione centrale sembra aver perso nella maggior parte dei ministeri e che un tempo almeno stavano nelle strutture tecniche a queste connessi. Si ricordi ad esempio le funzioni tecniche svolte dall’IMI nella valutazione degli investimenti. D’altra parte le Regioni non sembrano – nella loro maggioranza- aver acquisito tali competenze e professionalità tecniche. Ciò che ne risulta è che nel vortice di miliardi e di continui aggiornamenti del Piano Nazionale di rilancio e resilienza la domanda che sorge spontanea è se abbiamo poi la capacità di mantenere gli impegni presi con noi stessi e con i nostri figli prima che con l’Europa.

La risposta è dunque che bisogna investire in qualità delle competenze della pubblica amministrazione, magari qualche avvocato in meno e molti ingegneri in più, poiché non basta più la ormai consumata richiesta di “semplificazione della macchina burocratica”, ma bisogna ricostituire quei corpi tecnici che rendono credibile un Paese. Tuttavia si tratta di argomentazioni che richiedono che tutti i vogatori si muovano nello stesso verso e che non si perda tempo a organizzare balli in coperta, mentre si aprono le falle nello scafo.

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