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Luca Zaia visto da Matteo Paolelli

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Luca Zaia, in un modo un po’ volgare, attacca il premier Giuseppe Conte. “Non si va in Parlamento a sputtanare l’autonomia, solo per raccattare qualche voto. Non crediate che ce la siamo dimenticata. Noi l’autonomia la vogliamo. Dopo l’emergenza noi torniamo con la mimetica. In modo pacifico, senza far casini, ma torniamo…” Causa pandemia, infatti, sembra essersi bloccato a data da destinarsi il cantiere dei lavori in corso per assicurarla al Veneto (ma anche alla Lombardia e all’Emilia Romagna).

In realtà a parlarne è rimasto ormai quasi esclusivamente il presidente della giunta regionale veneziana, il leghista Luca Zaia, che ne ha sempre fatto una bandiera, il punto forte del suo disegno strategico di cambiamento dell’assetto tra potere centrale dello Stato e periferie, in chiave ultra-federalista. Adesso si è arrabbiato, dopo le dichiarazioni del presidente del consiglio. Sono trascorsi più di tre anni dal referendum popolare che a stragrande maggioranza approvò l’istanza di assegnare alla Regione l’autonomia sulle 23 materie consentite dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Eppure da mesi non si sentiva più parlare di autonomia. Conte lo ha fatto, ma in una chiave di lettura rovesciata, durante il suo intervento al Senato per ottenere la fiducia. In qualche modo, ha cantato il De profundis di quelle istanze, traendo spunto dalle problematiche che la gestione della crisi da Covid-19 ha posto. “L’esperienza della pandemia – ha dichiarato – impone anche un’attenta riflessione sulla revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione, con particolare riguardo all’assetto delle competenze legislative di Stato e Regioni, come pure alla individuazione di meccanismi e istituti che consentano di coordinare più efficacemente il rapporto tra i diversi livelli di governo”. Una frenata.

Zaia ha capito al volo che a Roma, con l’alibi perfetto della pandemia, qualcosa ha cominciato ad andare in senso opposto ai suoi auspici, e perfino alla linea che sembrava aver tracciato il ministro Francesco Boccia. Cosi due giorni fa si è affrettato a dichiarare: “Il riferimento al Titolo V io l’ho trovato vergognoso. Anzi, do ragione a Conte sulla necessità della riforma, purché sia di segno opposto: bisogna togliere tutte le competenze allo Stato e proprio la pandemia l’ha dimostrato. Mi spiace che Conte abbia voluto inserire questo cammeo nel suo discorso solo per addolcire gli animi di qualche bieco centralista”. Ieri ha rincarato: “Conte ha… sputtanato l’autonomia”.

Il tema del rapporto con Roma nella gestione della crisi sanitaria ha avuto da parte di Zaia un andamento ondivago. Il governatore ha sempre rivendicato orgogliosamente i successi del Veneto nella prima fase della pandemia. Ma allora la regione ne era uscita meglio di altre. Adesso che la situazione ha subito una brusca inversione di tendenza, Zaia è più cauto. Continua a mostrarsi orgoglioso dell’efficienza della macchina sanitaria veneta, ma si affida maggiormente alle strutture di Ministero della Sanità ed Istituto Superiore di Sanità, per quanto riguarda le misure da adottare e la certificazione delle fasce di rischio.

Come non bastasse, a mettere di malumore Zaia hanno contribuito le altre parole di Conte, a favore delle province autonome. “Occorre garantire e tutelare, con la massima intensità, le autonomie speciali e le minoranze linguistiche, indubbiamente meritano attenzione e cura”. Un modo per tenere tranquilla Sudtiroler Volkspartei a Bolzano e rassicurare le regioni autonome. Anche questo è uno schiaffo al governatore leghista secondo cui tutte le regioni andrebbero parificate alle “autonomie speciali”, mentre ora ha sentito Conte elogiare il mantenimento di queste ultime prerogative e chiudere sull’autonomia delle altre Regioni.

Pur essendo in sintonia con il ministro Roberto Speranza, non ne condivide certamente le dichiarazioni rilasciate alcuni mesi fa. “Non credo che la soluzione sia che gli ospedali dipendano da Roma – ha detto Speranza – però credo che un grande Paese debba avere la forza, finita questa emergenza, di sedersi e analizzare tutto quello che è successo nel rapporto Stato-Regioni. Ho l’impressione che abbiamo fatto negli anni troppo, come un pendolo tra ultra federalismo e ultra centralismo, come se non riuscissimo a trovare un punto di equilibrio vero. Penso che sulla sanità si debba lavorare più sull’omogeneità tra territori, le divergenze sono troppo marcate”.

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