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Beppe Grillo

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Il governo Draghi entra in scena nel contrasto alla pandemia e lo fa con un decreto anziché con un DPCM: un segnale di discontinuità che non va sottovalutato, perché è conseguente a quella volontà di coinvolgimento del parlamento che il premier aveva annunciato nel suo discorso per la fiducia.

Contemporaneamente vediamo che non si riesce ancora a nominare i sottosegretari, segno di qualche problema nel rapporto coi partiti, disponibili a cedergli sovranità, ma in maniera molto circoscritta.

Del resto che il fronte delle forze politiche non sia tranquillo lo si vede da tanti indicatori. In parte sono fibrillazioni tradizionali, come quelle interne al PD sulle quote rosa, o quelle di Salvini che non ce la fa proprio a rinunciare al palcoscenico mediatico. Pazienza quando agita di nuovo qualche slogan demagogico sul contrasto alla pandemia, non accettabile quando si lascia andare al “dirò a Giorgetti questo e quello”, perché i ministri non sono delegati dei partiti (anche se tutti provano a metterla giù così). Il vero problema sono però i Cinque Stelle e non si tratta di qualcosa di semplice da trattare.

E’ abbastanza evidente che per tenere a freno il disorientamento di una base che non riesce a capire le giravolte del movimento i vertici si orientano a vendere la favoletta che sono al governo per impedire che vengano abolite le sue “conquiste”, fra il resto sbrigativamente indicate nel reddito di cittadinanza e nella prescrizione. Si potrebbe cominciare a cercar di capire cosa stia dietro questa scelta.

Il reddito di cittadinanza non risulta sia in questione, visto che in una situazione di pesante crisi economica colpire soggetti in difficoltà che fra il resto ricevono sovvenzioni molto misere non sarebbe una scelta sensata. Semmai si tratterà di mettere mano alle inefficienze dell’Anpal e del sistema delle politiche attive del lavoro per riportare il reddito di cittadinanza a ciò che doveva essere: uno strumento per agevolare l’inserimento dei disoccupati nel mondo del lavoro. Ma questo non dovrebbe suonare come un disconoscimento di quanto era stato progettato.

La prescrizione è ovviamente tutt’altra storia. Quella è una misura di bandiera, senza ragionevolezza giuridica, come è stato documentato da un autentico coro di specialisti del settore contro cui non fanno stato le pulsioni neogiacobine di qualche pubblico ministero supportato da giornalisti amici. Si potrà giustamente lavorare perché la prescrizione non possa trasformarsi in un cavallo di troia per evitare la conclusione di un giusto processo, senza per questo consentire i comodi di alcune pubbliche accuse nel tenere sotto pressione a vita imputati quando non riescono a provare le accuse che hanno formulato. Dunque quello è un nodo che andrà sciolto, fosse pure in maniera articolata senza cadere da un eccesso in una direzione a quello in una direzione opposta.

Chi analizza queste impuntature grilline (ma ce ne sono anche altre in tema di ecologia e connessi) non può fare a meno di ricordare che il fallimento sostanziale del Conte 2 fu determinato proprio da esse. L’allora premier provò a cavarsela con la tecnica del rinvio, della dilazione, del “sopire e troncare” per usare una formula letteraria, ma mal gliene incolse: se non si fosse consegnato mani e piedi alla difesa di quei mantra, è probabile che il Conte 3 avrebbe potuto vedere la luce. Ora Draghi non è uomo da dilazioni e dunque non crediamo che continuerà su quella strada.

Piuttosto sta andando avanti nella logica, per usare un’altra citazione letteraria, del “non ti curar di lor, ma guarda e passa”. In sostanza si astiene dal dare rassicurazioni al grillismo sulla difesa delle sue presunte “conquiste”, ma non perde neppure tempo a dichiarare apertamente che la nuova stagione non potrà fare a meno di ridimensionarne gli aspetti inaccettabili: i problemi si affronteranno in concreto man mano che arrivano ad essere presi in esame.

Non c’è dubbio che sia una tattica apprezzabile, ma tuttavia va rilevato che qualche punto di debolezza lo presenta. Temiamo infatti che se si lascia campo libero allo sfogatoio delle tensioni interne ad un partito in crisi profonda come M5S si attivi un meccanismo di reazioni a catena che poi non sarà semplice tenere sotto controllo. In una coalizione, ancor di più se molto ampia, non c’è niente di peggio che consentire a qualcuno di pretendere di imporre le sue visioni come indiscutibili, perché inevitabilmente ogni partner si riterrà in diritto di fare lo stesso.

Si potrebbe dire che tanto si tratterà di sceneggiate a pro del palcoscenico, mentre il controllo dell’azione rimarrà in altre mani, ma in politica non si può dimenticare che c’è un “pubblico” che assiste a queste rappresentazioni e che si fa coinvolgere in esse. In un momento come questo avverrà magari con un giudizio di ripulsa della fiducia nell’azione di governo che vede sempre condizionata dalla rissosità dei partiti: non certo una buona cosa nel momento in cui si lavora ad una “ricostruzione” che richiede proprio un consenso ed una partecipazione diffusa da parte della comunità nazionale.

Senza dimenticare che la crisi dei Cinque Stelle porta alla ricerca dei colpi di forza. Il rilancio da parte di Grillo della candidatura della Raggi a sindaco di Roma è un segnale piuttosto evidente della volontà di mettere nei problemi il PD nell’ambito della coalizione attuale. Cosa poco buona per il partito di Zingaretti, ma preoccupante anche per Draghi.

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