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Renato Brunetta e Mario Draghi dopo la firma del Patto per l'innovazione del lavoro pubblico

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Parte la riforma della Pubblica amministrazione. Il primo passo è stato compiuto con il “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” firmato a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, con i segretari di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Luigi Sbarra e Pier Paolo Bombardieri.

 Il modello è il Protocollo per la politica dei redditi e l’occupazione siglato il 23 luglio del 1993 dal presidente Ciampi. Per il gioco dei corsi e ricorsi a quella cerimonia, che inaugurò il modello della concertazione,  erano presenti come spettatori i due protagonisti di oggi: Mario Draghi come direttore generale del Tesoro e Renato Brunetta, giovanissimo assistente del ministro del Lavoro Gino Giugni, uno dei firmatari dell’intesa.

COME IN PASSATO

Le analogie non finiscono qui. In comune, infatti, c’è la  prospettiva europea. Allora bisognava preparare la strada verso l’Euro (il trattato di Maastricht era entrato in vigore all’inizio del 1993) chiudendo per sempre la stagione delle svalutazioni monetarie, dell’alta inflazione e  di deficit pubblici smisurati. Oggi bisogna prepararsi al Recovery Fund. 

Non meno importanti sono, però, le differenze. Nel 1993 il governo non aveva un centesimo da mettere sul tavolo e quindi il suo compito era solo di mediazione fra  sindacati e Confindustria (e infatti nacque la contrattazione a livello aziendale da affiancare ai contratti nazionali). Oggi Draghi può giocare i miliardi in arrivo dall’Europa.   

Questo renderà molto più semplice lo scambio che rappresenta la ragione d’essere del Patto: lo Stato, come datore di lavoro chiede ai suoi 3,2 milioni di dipendenti più efficienza per l’attuazione degli impegni legati al Recovery Fund.  In cambio offre denaro sotto forma di aumenti salariali, migliori condizioni di lavoro (codificazione dello smart working) più welfare e più formazione.  

Quella della Pa è una delle riforme che l’Europa chiede con più insistenza. Non è un caso se nel suo breve discorso il premier  ricorda ii ritardi della macchina statale. “L’età media  dei dipendenti pubblici – dice – è di quasi 51 anni, mentre venti anni fa era di 43 anni e mezzo. Poi la formazione: “Oggi si spendono ben 48 euro a persona per la formazione e un solo giorno è destinato alla formazione”.

NUOVO MODELLO

Si palesa così la configurazione concreta di quella spinta ai giovani che il premier ha messo come primo punto del discorso programmatico. La pandemia prima e ancora oggi, insieme alla ricostruzione con il Recovery – è il ragionamento – impongono un nuovo modello di protezione del lavoro pubblico, ma anche una sua diversa valorizzazione. Un ragionamento che impatta sulla vita quotidiana di medici, infermieri, insegnanti, magistrati, forze dell’ordine, dipendenti delle amministrazioni centrali, delle Regioni e degli enti locali.

Il modello lo esplicita Brunetta. Partendo dalle intuizioni di Carlo Azeglio Ciampi per avviare un percorso che investa sulle parti sociali, sull’innovazione. È lo spirito di allora che bisogna recuperare

IL LAVORO DA CASA

Il Patto prevede di inserire lo smart working nei prossimi contratti collettivi nazionali. Spetterà poi alla trattativa con i sindacati calibrare il punto di caduta di una scelta che marca comunque un orientamento e anche una discontinuità rispetto al governo Conte. 

Entro un paio di mesi ci saranno le  assunzioni sprint attraverso concorsi con i pc che si svolgeranno nelle fiere e nelle aule universitarie. Dentro i giovani e profili qualificati, in linea con le esigenze del Recovery. Quindi ingegneri, architetti, geologi, chimici, statistici, ma anche profili che hanno a che fare con il project management, la pianificazione, la progettazione e il controllo, il performance e risk management. Assunzioni anche per chi dovrà occuparsi di risorse umane e finanziarie, policy design, comunicazione digitale, gestione e rendicontazione dei progetti finanziati con i soldi Ue. Se da una parte si entra, dall’altra si esce. In arrivo incentivi per l’esodo di chi è vicino all’età pensionabile, ma anche di chi, come indicato da Brunetta, non è più motivato a stare nella Pa. 

Cgil, Cisl e Uil ottengono un impegno sul rinnovo dei contratti e sui cosiddetti livelli professionali. In tempi brevi il governo emanerà gli atti di indirizzo all’Aran (l’Agenzia che rappresenta le pubbliche amministrazioni nella contrattazione) per i rinnovi dei contratti che  prevedono un aumento medio di circa 107 euro. Altri 700 milioni  saranno destinati ai dipendenti che nel corso degli anni hanno acquisiti competenze e carichi di lavoro aggiuntivi rispetto alle conoscenze e alle mansioni iniziali. 

Altro punto per i sindacati è più welfare nel contratto. Nel Patto si parla di un sostegno alla genitorialità e a dare al pubblico le agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato per i premi e la previdenza complementare.


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