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Virginia Raggi, sindaco di Roma

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Se Atene piange, Sparta non ride, si diceva una volta, quando queste frasette erano un intercalare abbastanza diffuso. Torna in mente vedendo quel che sta accadendo con le elezioni comunali a Roma. Il pasticcio brutto del PD è rimbalzato su tutti gli organi di informazione, ma adesso Letta ci ha messo una pezza. Non si può ancora dire che l’abbia risolto, ma cerca quantomeno di tenerlo sotto controllo e di inserire la vicenda romana in un quadro nazionale.

Se ci riuscirà non lo sappiamo, perché la partita si complica spostando la questione su tutte le principali piazze che devono affrontare la prova elettorale. Milano, Torino, Bologna, Napoli, Roma necessitano di una certa compattezza di coalizione per vincere, ma bisogna equilibrare le presenze con i Cinque Stelle e anche dare qualcosa agli altri partner.

Il problema è reso complicato per l’alto contenuto simbolico che le candidature a sindaco contengono (ancor di più in caso di vittoria) per cui tutti i partiti ambiscono a detenerle. Questo vale in particolare per i Cinque Stelle che non attraversano un momento felice nella loro esperienza e che per di più subiscono un giudizio negativo per le esperienze amministrative dei loro sindaci (e questo vale specialmente per la Raggi).

Ciò significa che il nuovo M5S a guida Conte, che, sia detto per inciso, stenta a partire, cercherà di avere una presenza significativa nella partita delle comunali. Ora la situazione è piuttosto complessa per questa componente, perché non dispone né di personaggi di un certo rilievo (se si eccettua l’ipotesi di Fico candidato a Napoli, ma avrebbe il prezzo di lasciare scoperta la terza carica dello Stato), né di quel vento populista che la volta scorsa soffiò nelle vele di personaggi sostanzialmente poco conosciuti.

A Roma la situazione, come si è già avuto modo di notare, è particolarmente complessa per la presenza in campo di un candidato di peso come Calenda, che però appartiene ad un’ala della futura coalizione nazionale di centrosinistra che diventa indispensabile per sperare di vincere le prossime elezioni come testimoniano tutte le proiezioni sin qui fatte. Si arriva così ad un rompicapo piuttosto evidente: il PD se mette in campo un proprio candidato a Roma rompe con l’ala del riformismo moderato e deve trovare qualcosa da dare in cambio ai Cinque Stelle da qualche altra parte, senza però che questi presentino personaggi in grado di reggere le sfide (di fatto situazioni relativamente aperte ci sono solo a Torino e a Bologna, essendo Milano pregiudicata da Sala, che però non si presenta come PD, e Napoli in situazione complessa a meno di non forzare sull’opzione Fico).

A fronte di questa situazione si supponeva che sull’altro versante si trovasse una corazzata senza incrinature. Il centrodestra, che continua a sentirsi predestinato a vincere le prossime elezioni nazionali, continua ad affermare la solidità della propria coalizione che ha avuto buoni risultati nelle ultime tornate regionali e amministrative. Eppure proprio là dove il centrosinistra è più debole, cioè a Roma, il trio Salvini, Meloni, Berlusconi non riesce a mettere in campo una candidatura unitaria e autorevole.

E’ proprio di ieri il tramonto della candidatura di Bertolaso, che sembrava l’asso nella manica di Lega e FI. Probabilmente l’ex capo della protezione civile ha ragionato col classico “ma chi me lo fa fare?” a fronte non solo del ginepraio in cui sarebbe andato a cacciarsi ove fosse riuscito ad arrivare al Campidoglio, ma anche dell’ostilità sostanziale di Fratelli d’Italia che è un partito con una consolidata presenza storica nella Capitale per cui è impossibile che la destra vinca avendolo anche solo come partner tiepido.

E’ curioso che il centrodestra non riesca almeno a provare a trarre profitto dall’impasse dei suoi competitori. Può essere un segnale che mette in questione quella annunciata marcia trionfale nel caso di elezioni nazionali. Del resto non è che quella coalizione sia messa meglio nelle altre città simbolo. Non c’è ancora un annuncio ufficiale di candidature per nessuna di esse e si sa bene che per vincere occorre muoversi per tempo, tanto più se non si dispone del personaggio “indiscutibile” (che peraltro se ci fosse si sarebbe già imposto da solo).

Sembrerebbe a stare ad alcuni “si dice” che nel centrodestra rimanga forte la linea di affidarsi a candidature “civiche” in modo da poter sfruttare la solita retorica della contrapposizione fra una componente molto attenta a valorizzare “la società” contro un’altra che invece si affiderebbe ai “professionisti” della politica come carriera. Però questi candidati civici non si vedono e ciò accade perché proprio i quadri dei partiti del centrodestra al dunque non si fanno da parte, ma anche perché poi i quadri della società civile non sono così disponibili a farsi coinvolgere nelle demagogie con cui quei partiti hanno imperversato negli ultimi anni.

Purtroppo queste reciproche debolezze dei due campi politici che si contrappongono tolgono ad entrambi lo stimolo a fare presto e lasciano spazi a coloro che amano invece le trame, i calcoli a tavolino inseguendo tattiche fine a sé stesse. Ma non c’è tempo: le scelte politiche vanno spiegate e fatte maturare nell’opinione pubblica, altrimenti si deve poi affidarsi alle battaglie a colpi di teatro. Quella sarebbe davvero una pessima premessa per una prova elettorale come le comunali d’autunno  che sono destinate invece ad essere uno stadio significativo nella ripresa della nostra vita politica.


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