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Momenti di tensione durante la manifestazione di ristoratori e partite iva a Roma

Tempo di lettura 4 Minuti

Il cambio di passo è l’ultimo ancoraggio dello storytelling italiano. Cambio di passo nel piano vaccinale, cambio di passo nei ristori, cambio di passo nel Recovery. Laddove cambio è sinonimo di accelerazione: poco importa verso dove, ciò che conta è premere il pedale.

Ma è sensato rappresentare l’Italia come una Nazione sui generis dove, dopo aver sillabato le rituali giaculatorie sui parametri scientifici da rispettare sempre e comunque, è in atto uno scontro tra sciagurati “aperturisti” che vogliono riaprire ristoranti, palestre, bar e cinema facendo spallucce alla pandemia all’insegna del “non morire di Covid ma neppure di fame”; e inflessibili “rigoristi” per i quali tutto è rosso fisso e chiuso finché non arriva l’immunità di gregge dai vaccini, e quanto tempo ci vuole non importa? Se davvero fosse così, non avremmo scampo.

Né, ovviamente, l’avrebbe il governo di larghe intese guidato da Mario Draghi che su un fragilissimo equilibrio frutto della disponibilità del 90 per cento delle forze parlamentari, si regge.

Ma se non è così allora com’è? E perché quello scontro, vero o falso che sia, affascina talmente media e leader di partito che ad una tale rappresentazione si avvinghiano, la accarezzano ed esaltano, al punto da essere quotidianamente riprodotta oscurando tutto il resto?

La risposta non è facile; mette insieme l’impasto di un Paese rabbioso, impaurito, ed esasperato, diviso in mille campanili e che da tempo, riguardo al virus, ha abbandonato l’afflato fanciullescamente unitario per salire sulle barricate degli interessi singoli e di categoria.

Allora meglio ripeterlo subito. Agitare la contrapposizione tra “sicurezze” – sanitaria da un lato, economica dall’altro – è un modo di affrontare l’emergenza pandemica che sfiora l’irresponsabilità. Le due azioni devono procedere appaiate: non c’è riapertura possibile senza che i contagi diminuiscano; senza programmare le attività di ripresa, quantificare le inoculazioni necessarie più che alla razionalità rimanda alla vanagloria.

Andiamo più avanti. C’è un elemento, delicatissimo, sul quale è necessario appuntare l’attenzione. Dall’inizio del contagio, dati Istat alla mano, si sono persi quasi un milione di posti di lavoro e le cronache di ieri riferiscono di scontri davanti Montecitorio e di cortei di lavoratori devastati dallo stop forzato.

A questa platea che assembla giovani, donne e precari, ossia uno dei segmenti più dinamici e sguarniti della spina dorsale del Paese, lanciare un unico messaggio: aspettate di vaccinarvi e poi vediamo, rischia di non bastare più.

Uno degli errori principali addebitati al governo Conte è stato quello di affrontare il contagio spostando la lancetta del presunto ritorno alla normalità una settimana dopo l’altra, lasciando in una dimensione imperscrutabile – e non sempre per responsabilità interne – la messa a punto di un piano strutturale di resilienza e soprattutto di rilancio. Draghi ha mutato registro, parlando un linguaggio di verità talmente sobrio da diventare scarno. Non possiamo promettere ciò che non si può mantenere, è stato il leitmotiv rivolto ai cittadini.

Giusto. Tuttavia arriva il momento in cui caricarsi il Paese sulle spalle con tutti i suoi problemi, le sue manchevolezze, i suoi ritardi significa non solo offrire un piedistallo per non affondare ma su quello stesso issarsi per indicare un orizzonte di approdo. La prudenza sullo sviluppo della pandemia e sul piano vaccinale è decisiva.

Ma diventa fondamentale ai fini del mantenimento di credibilità, autorevolezza e fiducia stabilire anche il percorso per arrivare al traguardo. Indicando le tappe intermedie seppur usando le approssimazioni obbligate. Nel mentre il presidente del Consiglio prepara il Recovery plan da inviare in Europa, architrave della crescita e dello sviluppo possibile di un Paese che l’Unione ha fondato, è più che mai necessario che Draghi squaderni la road map che deve portare l’Italia a diventare Covid-free nel più breve tempo possibile, in modo che si possa ricostruire la speranza di intere generazioni.

Il vero e sostanziale cambio di passo non concerne la fornitura di dosi di vaccino: per quelle lo sforzo è assicurato con il premier che può giocare la sua influenza direttamente con le case farmaceutiche sapendo che dal punto di vista organizzativo l’impegno del generale Figliuolo non manca né mancherà. Come pure è assicurato il sostegno dei partiti della strana ancorché larga coalizione: le polemiche quotidiane non devono distrarre, lo sanno tutti che se sul piano dei vaccini Draghi fallisse sotto ai piedi del Paese si aprirebbe un baratro.

Il cambio di passo deve essere l’equazione di reciproca fiducia che si realizza tra governanti e governati, del centro verso la periferia, del nord verso il Sud, dei sindacati verso i datori di lavoro. E, per tutti, viceversa.

Il cambio di passo sta nell’empatia che deve coinvolgere chi ha messo a disposizione il suo straordinario bagaglio di prestigio sobbarcandosi un compito difficilissimo e chi si riconosce e dà credito al tentativo di mettere finalmente in sicurezza il Paese. Il vero cambio di passo è provarci. Provare a vincere contro il nemico più subdolo. Come disse in un messaggio di fine anno Sergio Mattarella: non è il richiamo ai buoni sentimenti, è solo quello che bisogna fare.


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