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Francesco Cossiga

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SCOOP. Ecco a voi Matteo Renzi in persona beccato in un’area di parcheggio dell’autostrada mentre chiacchiera in pieno sole con un funzionario del servizi segreti che fu il numero due del generale Pollari. Quando era al comando del Sismi, servizio segreto militare, quando io ero Presidente di una Commissione bicamerale d’Inchiesta sulle penetrazioni sovietiche durante gli anni della guerra fredda. Ero quindi in eccellenti rapporti istituzionali con quel capo dell’intelligence e nel passato mi sono occupato mille volte come giornalista dei servizi segreti italiani, in connessione di scandali o presunti tali degli anni Sessanta, Settanta.

Per mestiere, prima come giornalista e poi come presidente di una commissione che indagava sulle spie, ho frequentato molto a lungo quella che viene chiamata “Intelligence community”, l’ambiente di chi si occupa di intelligence. Grazie a quell’esperienza ho imparato molto. Ad esempio, che nessuno è così pazzo a distruggere o bruciare un documento. Basta cambiargli posto e sarà perso per sempre.

Oggi, i servizi segreti sono pieni di giovani “nerd” che sanno smanettare su internet e hackerare, maneggiando telecamere e connessioni satellitari. Il genere che potrete conoscere se già non le conoscete in serie molto ben fatte come “Homeland” o il raffinatissimo francese “le Bureau”.

L’Italia non produce telefilm su se stessa. Non vedremo mai in Italia un film in cui, che so, il comandante generale dei Carabinieri, in combutta con un politico, piega il corso degli eventi a suo vantaggio. Gli americani e gli inglesi, oltre i francesi e gli scandinavi lo fanno, ma da noi quel mondo è tenuto lontano dagli schermi. Fino a poco tempo fa, quando ho smesso di occuparmene, nei nostri servizi segreti si assumevano per lo più parenti e fidanzate dei raccomandati. Ma i servizi segreti sono sempre rimasti sulla linea d’ombra della politica italiana per due motivi: forniscono informazioni e forniscono disinformazioni. Disinformare è un’arte molto più produttiva che informare. E per i politici è spesso vitale: sputtanare un avversario è molto più importante che raccogliere notizie.

Il fatto è che bisognerebbe poter distinguere fra servizi segreti e segreti servizi, ma quando c’è la politica di mezzo non sempre – anzi quasi mai – è possibile. In ogni democrazia esiste il problema del comando e della gestione dei servizi segreti in modo che queste entità lavorino per il Paese e la sua sicurezza, e non per i partiti politici. In Italia è stato e seguita ad essere un problema irrisolto. Ai tempi dell’Italietta post-risorgimentale le cose erano più semplici: lo spionaggio apparteneva alla sfera militare al resto ci pensava la polizia con i suoi infiltrati, agenti provocatori, doppiogiochisti e ricattatori.

Il fascismo istituì l’Ovra, la cui sigla fu concepita da Mussolini per motivi comunicativi: suonava come piovra e incuteva timore. Poi la guerra ha messo in mostra tutte le carenze: le forze armate italiane ignoravano che sia gli alleati tedeschi e che i nemici inglesi avessero il radar. E si arriva al dopoguerra con la nascita del servizio poliziesco del ministero degli Interni che ebbe finalmente un nome ufficiale: Ufficio Affari Riservati. Riservati a chi? Certamente al governo e ai suoi ministri ed alleati. Il servizio segreto militare prese il nome troppo lungo di Sifar che fu messo in riga dall’alleato prima inglese e poi americano. Ovviamente i servizi segreti erano gestiti dalla democrazia cristiana e passarono di mano dall’area che faceva capo a Mario Scelba quando era il potentissimo ministro degli interni che fronteggiava il pericolo comunista con i reparti antisommossa della “Celere”, ma poi passarono ad Aldo Moro e da lui al giovane Francesco Cossiga suo sottosegretario agli Interni con delega ai servizi segreti.

Cossiga sarà poi ministro degli interni, proprio durante il rapimento di Aldo Moro e si dimetterà dopo il ritrovamento del cadavere dello statista trucidato dalle Brigate Rosse. Francesco Cossiga è stato l’uomo che più di ogni altro nella politica italiana si è vantato di essere competente nell’intera area dell’intelligence. E, con un po’ di esagerazione letteraria, lo era. Ma allora, finché la guerra fredda era in atto, l’Italia aveva due fronti aperti: quello con ingerenze sovietiche diffusissime sia a livello politico che economico e militare, sia nella gestione delle faccende mediterranee, in particolare libiche e del petrolio. L’Eni di Mattei aveva il suo apparato di intelligence che trattava direttamente con le potenze mediorientali e in perenne guerra con i francesi, gli inglesi spesso gli americani. In genere si dà per scontato che l’incidente aereo in cui morì Mattei fu dovuto a un sabotaggio omicida probabilmente ordinato dai francesi anche se non è stato mai provato. Ma Mattei significava democrazia cristiana e anche in una certa parte partito comunista e partito socialista. Contenere i palestinesi dopo la guerra del 1967 e la nascita dell’Olp di Arafat fu un compito molto molto complesso perché si trattava di trattenere gli arabi in Italia dal compiere atti di terrorismo consentendo loro una certa libertà di azione cosa che fu chiamata in maniera molto sbrigativa “Lodo Moro”.

I servizi segreti subirono un brutto scossone quando nel luglio del 1960 scoppiarono i cosiddetti fatti di luglio una serie di rivolte contro il movimento sociale italiano che sosteneva apertamente il governo di Fernando Tambroni voluto dal presidente della Repubblica Giovanni gronchi. Il movimento sociale era apertamente un partito neofascista in un’epoca in cui ancora in Italia esisteva una fortissima corrente fascista, erano vivi sia i partigiani che i loro nemici specialmente durante la guerra civile e la Repubblica di Salò, motivo per cui la nascita del governo Tambroni fu un evento politico traumatizzante perché rompeva violava la regola dell’arco costituzionale. Questo “arco costituzionale” comprendeva tutti i partiti antifascisti e quindi lasciava fuori soltanto il MSI. L’accordo era che il PCI sedesse nell’arco costituzionale, senza poter entrare al governo per motivi di politica estera, a condizione che i fascisti del MSI fossero fuori sia dell’arco che dal governo.

L’operazione Tambroni aveva rotto gli equilibri e le conseguenze furono sanguinose. Portare i fascisti al governo anche se senza ministri, costituiva un trauma politico al quale l’organizzazione del partito comunista reagì con manifestazioni molto violente alle quali reagì la polizia in modo altrettanto violento, sicché ci furono moltissimi morti a Genova, dove avrebbe dovuto tenersi un provocatorio congresso del MSI, a Livorno a Parma a Roma a Palermo a Reggio Emilia. Il trauma politico si ricompose dopo la caduta del governo Tambroni e una certa pacificazione appunto ma dal punto di vista internazionale quel trauma aveva voluto dire che l’Italia non era in grado di fronteggiare un eventuale insurrezione guidata dei comunisti. Si trattava di una conclusione molto sommaria e poco realistica ma comunque determinò uno sconvolgimento nei servizi segreti e nel Sifar oltre alla nascita di un nuovo organismo affidato all’arma dei carabinieri che fu dotata per la prima volta di una brigata corazzata del tutto spropositata per questioni di ordine pubblico, ma che avrebbe potuto agire in caso di guerra civile per rassicurare gli alleati. La costituzione di questa brigata e il fatto che l’ordine pubblico fosse affidato quasi in esclusiva al comandante dei carabinieri De Lorenzo, il quale era allo stesso tempo comandante del servizio segreto fece precipitare l’Italia in una crisi profonda che durò molti anni. Emerse senza prove l’ipotesi di un colpo di Stato appoggiato dal presidente della Repubblica Antonio Segni e si disse che questo presidente fosse stato colto dal malore che lo portò a morire dopo alcuni giorni, in seguito ad un alterco con alcuni leader politici che lo accusavano di ordire trame.

Tutto questo fu in realtà un creatura mostruosa creata da operazione di disinformazione del KGB in Italia, come mi confermò proprio nella commissione Mitrokhin l’allora capo della Residentura sovietica a Roma Kolosov e il risultato fu un lungo strascico di odi, sospetti rancori che spaccò il paese in due. Certamente l’Italia era colonizzata dagli americani dal punto di vista dell’intelligence ma non meno dai russi, anzi i sovietici avevano un potere di influenza enorme e lo esercitavano non attraverso il partito comunista, per una scelta strategica, ma piuttosto attraverso elementi che ritenevano molto più affidabili all’interno della democrazia cristiana e del partito socialista.

Gli anni ‘70 furono quelli del terrorismo e poi del caso Moro, ma furono gli anni dello scontro frontale fra due capi dei servizi segreti italiani, il generale Miceli e il generale Maletti i quali rappresentavano rispettivamente la sfera d’influenza filoaraba e quella filoisraeliana. Miceli era un siciliano poco duttile mentre, Gian Adelio Maletti era un ufficiale con una tradizione familiare alle spalle, piemontese e un uomo di intelligence sofisticato. Maletti appoggiò apertamente il segretario socialista Giacomo Mancini, il quale era in conflitto con la Democrazia cristiana su una serie di dossier. Questi riguardavano la gestione della sanità, lo sviluppo del Mezzogiorno e l’uso politico dei servizi segreti.

Mancini fu l’oggetto di una delle più rabbiose campagne di stampa organizzate dei servizi di fede democristiana appoggiati dalla stampa di estrema destra che scatenarono un vero linciaggio politico contro il leader socialista molto legato anche ai radicali e ai dissidenti del Pci. Mancini si difese alleandosi con Maletti che lo sosteneva, contrattaccando Miceli che era invece il rappresentante della DC che faceva affari con la Libia, paese in cui il colonnello Gheddafi era stato installato con un colpo di Stato guidato dai servizi italiani, con una solida contropartita petrolifera su cui vegliava il ministro Andreotti, che era stato in primo tempo il “cavallo di razza” preferito dagli americani e dalla Cia, ma che nei primi anni Settanta cominciò la sua conversione ad “U” in senso sia filoarabo che pro-sovietico.

Che cosa c’entra l’incontro di Renzi nel parcheggio della stazione di servizio dell’uscita Fiano dell’Autostrada del Sole? Onestamente, non lo sappiamo. Ma il fatto in sé, benché non avesse assolutamente nulla di segreto è diventato uno strano scoop televisivo di cui diremo nel prossimo articolo.

(1 – continua)


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