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Italiani al voto

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Tempo di lettura 4 Minuti

Tutti in cerca dei “moderati”. Interessano a Salvini, a Conte, il PD ritiene di aver sempre avuto un posto per loro, Forza Italia si presenta come la loro tipica scelta.

Non parliamo di quell’area che un tempo si sarebbe definita di centro e che oggi preferisce presentarsi come l’argine naturale ai populismi di destra e di sinistra: ci stanno Renzi con Italia Viva, Brugnaro e Toti con “Coraggio Italia” e poi vari altri cespuglietti che non si sa più bene cosa rappresentino (+Europa, i Verdi, varie sigle che non si capisce più che terra battano perché si aggregano e disaggregano in continuazione: Noi con l’Italia, Idea, CDU e qualche altra formazioncella che sta anch’essa nel Misto).

La questione principale è capire chi siano questi moderati di cui si favoleggia. Secondo una certa lettura sarebbero quelli che tutto sommato stanno bene così e non vorrebbero modifiche se non con tutte le cautele possibili.

Secondo un’altra sarebbero quelli che hanno compreso la necessità delle riforme, ma ne temono le versioni integraliste e in genere aborrono i radicalismi di tutti i tipi.

Banalmente si tende a raggruppare sotto questa sigla tutti gli indecisi, ma allora i moderati sarebbero già il partito di maggioranza relativa.

La sociologia è stata per decenni una disciplina chiave di cui i politici si servivano per decrittare la società, adesso non lo è più: troppo sfuggente e moltiforme la società attuale per riuscire a tipizzarla nell’ottica di esercitare su di essa una qualche forma di leadership.
Eppure al momento forse è proprio questo il nodo da sciogliere. Mettiamola in maniera brutale (a volte aiuta).

C’è una società che si è stufata delle “interpretazioni”, per non dire delle profezie, promesse, visioni, e vuole invece vedere all’opera politici che affrontino i problemi concreti sul terreno e riescano, pur con tutti i limiti umani, a risolverli o almeno a ridurli a termini gestibili. Il fenomeno non è affatto nuovo, solo che in precedenza quella funzione è stata espletata, più o meno bene, si capisce, da classi dirigenti espresse da uno o più partiti.

Ora la esplica un signore che si chiama Mario Draghi con il supporto di altri signori che, come lui, non hanno da gestire correnti, parlamentari in cerca di rielezione, candidati per occupare le varie cariche negli enti rappresentativi (comuni, regioni e qualcosa d’altro).

I moderati, ovvero quelli che si collocano fra chi ha un approccio realistico alla vita pubblica e chi è interessato a riforme credibili e coi piedi per terra, non possono sfuggire alla domanda se alla fine una qualche forma di tecnocrazia non possa essere una buona soluzione almeno in momenti di emergenza.

Poiché questa vaga categoria dei moderati è molto ampia, i partiti intuiscono che sta lì la chiave di volta per reggere il potere che vorrebbero costruire per sé. Hanno però capito una cosa, che può sembrare banale, ma non lo è: i cosiddetti tecnici sono in realtà abbastanza politici da sapere che un partito, o anche semplicemente una sigla elettorale che sia qualcosa di più di un fuoco d’artificio non si crea senza la forza e la pazienza di una “storia” che si costruisce lavorando sul terreno.

Per incamminarsi su quella strada dovrebbero lasciare il loro ruolo attuale, tradendo il mandato ricevuto dallo stesso sistema politico. Dunque i tecnici non faranno alcun partito e lasceranno campo libero ai politici per conquistarsi il consenso dei moderati.

Ecco allora che comprendiamo come si delinea lo scenario attuale. Abbiamo partiti che provano ad offrirsi come la forza che mantiene al potere quei “tecnici” che incontrano la fiducia dei moderati. Era quel che avrebbe potuto fare il PD e che non ha fatto a motivo della debolezza di una parte almeno della sua classe politica che è legata alla vecchia cultura per cui deve sempre essere la politica che “comanda” anche quando ha perso le competenze per farlo.

È quel che furbescamente sta cercando di fare Salvini, cercando di costruire un grande partito (federazione di Lega e Forza Italia) che raccolga consensi come pretoriano dei tecnici, salvo a ritagliarsi qualche spoglia anche per sé.

Piacerebbe farlo a Conte e ad una parte dei Cinque Stelle, che nel precedente governo avevano provato a diventare il canale per immettere nuovi “tecnici” che potessero realizzare quel che i moderati si attendevano.

Peccato per loro che in genere abbiano sbagliato nella scelta delle persone da investire di quel compito (perché anche per scegliere le persone giuste ci vuole competenza).
E’ curioso che i partiti a vocazione centrista (reale o auto-presunta, non stiamo a sottilizzare) non riescano ad inserirsi in questo scenario.

Da un lato sono troppo modesti sul piano del consenso per potersi offrire come guardia del corpo dei tecnici.

Dal lato opposto sono tutti partiti personali, con leader che non tollerano di essere oscurati dai loro gregari: anche se IV riesce più di altri a mandare ai talk show qualcuno che non sia Renzi (il quale ha le sue ragioni per tenersi defilato), non ha personaggi chiave da esibire.

Il caso più emblematico è Calenda: grande capacità di attrazione personale, ma ci fosse mai qualcun altro a cui fare naturalmente riferimento quando si pensa ad “Azione”.

Non convince immaginarsi che improvvisamente Renzi, Calenda, Bonino, Toti, Brugnaro, e qualche altro riescano a dismettere i loro ego per dar vita ad un forte partito di centro (anche solo la somma dei consensi attribuiti dai sondaggi li metterebbe quanto meno alla pari con FI). E allora i “moderati”, se non si rifugeranno nell’astensione, rimarranno terreno di caccia per i partiti maggiori.


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