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La Nazionale ricevuta da Mario Draghi

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Felici per le notti magiche che ci hanno portato, in una cavalcata impetuosa ed entusiasmante, a sbaragliare le squadre avversarie di un’Europa geografica, partecipante in tutte le sue parti, anche quelle che mancano , del puzzle di un grande continente, nella Unione Europea.

A ritrovarsi a cantare l’inno di Mameli, a sentirsi figli di un solo territorio, ad avvolgerci nelle bandiere tricolori, quasi novelli piccole vedette lombarde. In un’unità che ci fa dimenticare che in realtà siamo ancora un Paese diviso profondamente perlomeno in due parti.

Una dove lavora una persona su due e l’altra una su quattro. Una con un reddito pro capite pari alcune volte anche ad un terzo di alcune parti dell’altra. Una collegata con l’alta velocità ferroviaria e l’altra che utilizza ancora le tradotte.

Una con servizi sociali se non sufficienti certamente di buon livello, che nell’altra sono totalmente assenti.

Due Italie insomma, una che ha voce con i suoi quotidiani e le sue televisioni, compresa la Rai, e l’altra che arranca per cercare di poter dire quello che pensa.

Tutto questo guardando la nostra squadra nazionale ce lo siamo dimenticati.

La formazione prevedeva uomini del Nord e del Sud in una fusione progettuale di intenti, con un coach Mancini, capace di tenere tutti uniti con un solo obiettivo che non poteva che portare a risultati entusiasmanti. E adesso possiamo tornare a disprezzarci a vicenda? Alle autonomie differenziate, ad una lotta intestina per far prevalere alcune realtà e penalizzarne altre? Forse adesso a mente fredda possiamo fare qualche ragionamento in più.

La lezione di unità che questa squadra ci ha dato non va dimenticata. Perché é una lezione di successo, di eccellenza, che deve essere fatta propria da un Paese estremamente diviso,che rischia di contrapporsi in maniera estremamente pericolosa.
Convincersi che o si va tutti insieme o si affonda è una banale conclusione che però in molti in Europa non hanno imparato. L’esperienza della Germania In tal senso è un’esperienza certamente virtuosa, ma non dimentichiamo che proprio ai confini ve ne è un’altra di esperienza, quella della Cecoslovacchia, ormai diventata Repubblica Ceca e Slovacchia. O quella della ex Jugolavia divisa in tanti staterelli.

Anche quella è una strada, speriamo da non percorrere. L’ esperienza del Regno Unito, che si presenta con due squadre importanti, ma che certamente ha portato a disperdere valori e professionalità è da tenere in considerazione. Perché la squadra inglese, anche se dotata di eccellenze e con il vantaggio di giocare in casa, non riesce a vincere una coppa importante alla quale teneva tantissimo.

Si potrà dire che la tradizione dei British è totalmente diversa da quella italiana, e questo è vero. Ma la riflessione che uniti si può andare più lontani non dobbiamo mai perderla di vista. Il nostro Paese non ha mai avuto grandi tensioni secessionistiche.

A parte il terrorismo alto atesino, poi rientrato perché gestito in maniera molto saggia, in realtà anche con un mare di soldi, o l’indipendentismo siciliano anche esso fatto rientrare con politiche opportune, non abbiamo assistito a molte forme di indipendentismo. Che invece hanno caratterizzato paesi come la Spagna, con la sua Catalogna sempre pronta ad uscire dalla nazione.

Ma non illudiamoci sul fatto che un passato che ci vede estremamente saggi possa garantire un futuro altrettanto lineare. L’esperienza della Lega Nord con la sua carica di rottura verso il Sud definito cialtrone e poltroniere, anche se ormai non ha più le caratteristiche iniziali, ha lasciato sul campo elementi pericolosi che in ogni momento possono, con effetto ritardato, riaprire una questione che sembrerebbe chiusa.

Perché è evidente che se di asili nido ce ne sono zero al sud, se l’emigrazione diventa un must per ogni giovane meridionale che voglia realizzarsi, se per curarsi bene bisogna prendere un volo per il Nord, se le università del Sud vengono sempre più depauperate di risorse, per cui diventano dei super licei e non più centri di ricerca, allora qualcosa potrebbe cambiare e non certamente in meglio.

Il contadino si lamentava che il suo asino era morto dopo che gli aveva insegnato a non mangiare, potrebbe accadere la stessa cosa anche ad una parte del Paese, che già non può più essere utilizzata come mercato di consumo, considerato l’incremento della povertà, e che certamente potrebbe ripetere quelle forme di protesta elettorale, che tanto danno possono portare agli equilibri complessivi del Paese, come si è visto peraltro anche recentemente.

Il PNRR è un’occasione irripetibile, dopo ci resterà soltanto l’obiettivo di pagare i debiti che sono stati contratti in questi anni, e non ci sarà più spazio per affrontare e risolvere l’atavico problema che risale a centosessant’anni fa, quello del Sud arretrato, marginale, che non contribuisce come dovrebbe alla crescita complessiva, la cui non messa a regime comporta tassi di crescita per il Paese estremamente contenuti. Su questo obiettivo si vedrà la capacità dei governi che si succederanno nei prossimi anni, fino alla chiusura del progetto europeo di ripresa, e solo su questi obiettivi si potrà misurare l’adeguatezza delle gestioni del Paese.

Non sarà sufficiente crescere complessivamente, anche se a tassi interessanti, se una parte resterà a guardare. Né sarà sufficiente che il reddito del Sud aumenti, se a fianco non vi sarà una crescita dell’occupazione adeguata per contribuire ad un equilibrio psicosociale di queste realtà. L’obiettivo è di quelli che fa tremare le gambe perché il Mezzogiorno, per andare a regime, ha bisogno di oltre 3 milioni di nuovi posti di lavoro.
Spero che di tutto questo vi sia consapevolezza completa, considerato che nel passato i grandi progetti per il Mezzogiorno sono stati sempre assolutamente distanti da obiettivi precisi nel campo dell’occupazione e anche nella crescita del Pil.

Adesso sembra che la musica sia cambiata ma nessuno dimentichi che “il giorno amaro in cui voi siete stati vinti non è quando ve li hanno tolti gli elmi, ma fu quel primo giorno in cui ve li siete infilati”. Come Bertold Brect ci dice cogliendo aspetti che altri hanno difficoltà a cogliere.


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