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Ultimamente si è sentito parlare meno dell’autonomia differenziata, anche se non sembra che le forze ad essa favorevoli abbiano rinunciato alla sua attuazione. Non la parte nordista del Pd, che vede in Bonaccini il paladino nascosto di essa, il cavallo di Troia del centro destra della Lega di Zaia e Fontana, nel partito della sinistra.

Non ovviamente nella Lega, né da parte delle truppe rimaste di Forza Italia con in testa la Gelmini. Il perché di questa insistenza da parte del Nord per l’autonomia differenziata non è difficile da capire.

Nel momento in cui il Sud si rende consapevole della contraddizione esistente nel concetto di residuo fiscale e comincia a pretendere che la spesa pro-capite sia uguale in qualunque parte del Paese si nasca, bisogna fare qualcosa.

I CAVALLI DI TROIA

Nel momento in cui anche i Lep, i livelli essenziali di prestazioni, malgrado mai attuati, vengono contestati nella loro filosofia, che prevederebbe che alcuni servizi siano diversi nelle diverse parti del Paese e che alcuni abbiano diritti completi e altri solo i livelli essenziali, urge un intervento legislativo. I Lep, concetto che nasce dall’accettazione del principio che i territori si tengano quello che producono.

In tale situazione una normativa che preveda le autonomie differenziate diventa indispensabile per rendere legittimo quello che finora è stato attuato subdolamente, con escamotage come la spesa storica o sottraendo i fondi ordinari con la sostituzione di quelli strutturali europei, che dovevano essere aggiuntivi.

Ma andiamo per ordine: le autonomie dei territori e lo spostamento verso il basso delle decisioni e del successivo controllo delle comunità sui modi in cui si attua la spesa pubblica non può essere che un processo virtuoso. L’attuazione di una forma di federalismo che superi un centralismo, alcune volte, inefficiente può essere un percorso da attuare.

Ma non dimenticando che i Paesi sono due, e quello che può essere utile per una parte può non esserlo per un’altra. L’esempio dell’autonomia concessa alle province autonome di Trento e Bolzano e quella attuata dalla Regione Sicilia esprimono in modo plastico come alcune volte le autonomie possano essere utilizzate in modo virtuoso, oppure per consentire lo strapotere di una classe dominante estrattiva, che non ha come obiettivo il bene comune ma solo quello dei propri clientes.

Il secondo argomento che non deve essere eluso è che le autonomie differenziate non possono essere il grimaldello per legittimare una diversa spesa pubblica nelle due parti, una in cui i bambini hanno diritto agli asili nido e un’altra in cui invece sono “Zero al Sud”.

Né che possono essere un alibi per avere sanità, scuola e infrastrutturazione differenti, più di quanto in tali settori si è consolidato, perché sarebbe il primo passo verso la secessione o, in ogni caso, verso la spaccatura del Paese.

CENTRALISMO NECESSARIO

Un terzo elemento che deve essere chiaro a tutti è che deve essere abbandonato il principio di fare correre Milano anche a costo che Napoli rimanga indietro, perché l’esigenza di avere due motori che spingano la locomotiva Italia è un fatto ormai accettato anche dai più retrivi nordisti. E che quindi le autonomie differenziate non possono essere utilizzate per continuare quelle operazioni volte a concentrare solo in una parte i grandi eventi, come è avvenuto fino ad adesso, né per avere il monopolio per la localizzazione delle agenzie europee e internazionali.

Perché si è dimostrato in questa pandemia che in alcuni settori il centralismo diventa indispensabile e che la presenza di capi e capetti regionali, che danno la responsabilità degli errori al Centro, pronti a prendersi il merito per quello che funziona, non è più tollerabile.

Un Paese come il nostro, ancora diviso nelle sue varie parti, in uno di serie A e un altro di serie B, deve portare avanti quell’opera di unificazione avviata ma mai conclusa, per poter competere con i grandi dell’Unione, in particolare Germania e Francia, ma anche Spagna.

Si è dimostrato, invece, che la politica della locomotiva e del progressivo impoverimento del Mezzogiorno sta portando tutto il Paese nella serie cadetta europea. Come peraltro era stato previsto da molti, ma anche da me nel libro “Il coccodrillo si è affogato”.

Quindi, altro che rafforzamento delle autonomie, altro che consolidamento della modifica del titolo V della Costituzione, ma piuttosto proposizione di un centralismo virtuoso con la sostituzione del disimpegno automatico, che l’Europa ha imposto, con la sostituzione dei poteri, in modo che non siano i territori a perdere risorse ma gli incapaci a essere messi da parte.

Sperando che non si debba assistere a quello che è accaduto con il commissariamento della sanità in Calabria, esempio istruttivo di centralismo vizioso in mano a partiti bulimici che hanno approfittato di occasioni ghiotte per sistemare i loro trombati utili.

Oggi la presenza di Draghi dà maggiore possibilità alla credibilità di un centralismo virtuoso. E forse si potrà procedere alla variazione in termini restrittivi del titolo quinto della Costituzione, limitando alcune autonomie regionali, dimostratesi assolutamente malgestite e moltiplicatori di costi.

L’INTERESSE DEL PAESE

Finiamola ormai di parlare dei virtuosi emiliani o dei veneti laboriosi o dei milanesi produttivi. Perché sarà pure vero, ma non dimenticando che il grande scandalo del Mose è stato proprio consumato nell’onesto Veneto. E che l’interesse di tutto il Paese è quello di mettere a regime tutti i territori, di fare le opere pubbliche e collegare le realtà italiane, non lasciando alcune parti totalmente marginali, periferiche e non infrastrutturate.

Che non bisogna più ripetere l’errore di pensare che una parte del Paese possa dare il suo contributo senza che in esso si investano risorse adeguate. E se per caso, per incapacità di scegliere i propri rappresentanti, il Sud non è in condizione di guidare autonomamente il proprio sviluppo, l’operazione di sostituzione del potere centrale rispetto alle Regioni deve essere possibile e deve trovare una legislazione che lo consenta.

L’interesse per lo sviluppo del 40% del territorio del Paese e del 33% della sua popolazione non è soltanto del meridionali, ma è un interesse che riguarda tutta la Nazione. Per questo il potere centrale deve essere in condizione di intervenire adeguatamente laddove diventasse necessario.


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