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Una settimana scarsa – dalla domenica del voto amministrativo al giovedì si parva licet degli incontri con Merkel e Salvini – per rafforzare la sensazione di dover rovesciare il binocolo per comprendere cosa succede. E ribaltare di conseguenza il teorema politico che da mesi va per la maggiore, cioè quali effetti hanno i partiti sul governo Draghi, nel suo esatto contrario: quali ripercussione sta provocando SuperMario nell’azione e negli atteggiamenti delle forze politiche. Derubricando la piaggeria, che che non aiuta; e guardandolo solo ai fatti, che sono illuminanti.

Il voto ha rafforzato Draghi rendendolo ancor più indispensabile perché ha mostrato in tutta la sua crudezza l’incapacità dei due schieramenti di centrodestra e centrosinistra di risultare coesi al punto da immaginare di essere autosufficienti e porre la candidatura a governare l’Italia dello (sperabilmente) addio al Covid. Parallelamente, quelle stesse urne hanno certificato lo sgretolamento, in taluni casi fino all’inconsistenza, del Terzo polo grillino: sbrecciato monumento dell’epopea che fu.

Per prevalere e diventare credibile, a ciascuno dei due contenitori manca appunto l’apporto di Draghi, il quale è disposto a guidare il vascello-Paese a patto che si arruolino tutti gli equipaggi possibili, non solo quelli con una specifica divisa.

Il film dell’altro ieri ha invece fatto capire, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che il presidente del Consiglio italiano – al di là delle favolette degli esegeti visionari per cui Roma dovrebbe sostituire Berlino nella top list dei Paesi europei – è forse il più decisivo tra i crocevia degli equilibri continentali, con la Merkel che sceglie di fare il suo ultimo viaggio da Cancelliera nella Città Eterna e dice a Draghi che il Pnrr predisposto da palazzo Chigi è un esempio per tutta la Ue.

Mentre nella Capitale le ansie post elettorali di Matteo Salvini trovano accoglienza e metabolizzazione nella conferma, già pronunciata dal capo di governo, che le tasse non aumenteranno. Mentre i sospetti e i brutti sogni del leader leghista, diciamolo con un pizzico di ironia, verranno diligentemente trascritti e disarmati in incontri settimanali a quattr’occhi: una sorta di terapia di stampo freudiano in cui è superfluo stabilire chi è il terapeuta e chi il paziente.

Come spesso ci domandiamo su queste colonne, il quesito di fondo è capire dove tutto questo porterà. E per avere una risposta è necessario riandare all’inizio del ragionamento. Draghi getta un alone di autorevolezza ovunque si cimenti e per l’Italia si tratta di un tesoretto, tanto insperato quanto arricchente, che disperdere equivarrebbe ad un harakiri di ambizioni e possibilità.

Senza Draghi, in Europa il peso del nostro Paese si assottiglia fino all’inconsistenza o giù di lì; all’interno dei confini nazionali e dei Palazzi istituzionali e politici, azzoppare fino a farlo cadere o anche solo tentare di condizionarlo significa mettere una pietra tombale al Recovery e ai finanziamenti che Bruxelles, in misura più ampia di ogni altro Stato europeo, ci ha destinato a patto di osservare scrupolosamente il timing delle riforme di cui sempre SuperMario è al tempo stesso depositario, garante ed esecutore.

Dunque Draghi, come direbbero gli astrofisici, piega lo spazio (politico) intorno a sé, determinando nuovi equilibri e particolari opportunità. Per comprenderlo basta analizzare il contenzioso con l’azione di governo che Salvini periodicamente apre e richiude e che assomiglia ad una danza intorno a un Totem che resta immobile: la determinazione di Draghi di andare avanti con il Pnrr a qualunque costo e senza specifiche (o perniciose) concessioni. Quella mission il presidente del Consiglio la perseguirà con tutta la forza del caso, e chi vuole danzare invocando un qualche Manitù che porti mutevolezza (e non c’è solo Matteo: quanti sono quelli che cercano, al momento senza riuscirci, lo sgambetto…) lo faccia pure per tutta la notte: l’alba lo ritroverà esausto e sfiancato ma sicuramente privo di risultati.

Se a febbraio di necessitato c’era la larga maggioranza e Draghi come vessillo, ora il bastione della necessarietà è tenuto ben saldo da SuperMario stesso. Immaginare un futuro politico, anche immediato, privo del suo carisma e un prosieguo della legislatura che lo veda come un redivivo Cincinnato, non solo diventa ogni giorno più complicato ma finisce per essere anche autolesionista. Non caso Goffredo Bettini mette il dito sulla piaga e spiega che “sarebbe uno scenario disastroso” quello in cui, per colpa di veti incrociati e bramosie neppure tanto sotterranee, ci ritrovassimo con Draghi non eletto al Colle e inoltre sbalzato da palazzo Chigi. Della serie: il premier è una risorsa indispensabile per qualunque disegno di governabilità e di equilibrio istituzionale.

Tuttavia per evitare disastri non basta l’invocazione, servono scelte politiche. Come previsto, le urne amministrative non hanno modificato il quadro politico nazionale ma hanno confermato quanto Draghi sia imprescindibile. Tocca ai partiti stabilire quale sia la sua collocazione migliore anche sondando i suoi desiderata che pure dovrà prima o poi esprimere. Resta che senza l’ex presidente Bce il castello delle ambizioni italiane, interne e ed europee, rischia di diventare di sabbia.


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