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Voto sul Ddl Zan: Vincenzo Santangelo (M5S) protesta contro la presidente Casellati e Monica Cirinnà tenta di bloccarlo

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A SCRUTINIO segreto, finisce su un binario morto il ddl Zan contenente misure contro l’omotransfobia. Un provvedimento che per il centrosinistra e non solo era una norma  di civiltà ma che tuttavia aveva sollevato le critiche dure del Vaticano e di conseguenza amplificato le richieste di Italia Viva e altri di evitare il muro contro muro e cercare una possibile mediazione. Alla quale, anche se in extremis, aveva aperto pure il segretario del Pd, Enrico Letta, a sua volta accusato dentro e fuori il Nazareno di aver gestito con eccessiva rigidità la questione e di aver sbagliato i calcoli sui numeri in aula.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma proviamo a fermarci qui. Due sono gli elementi che meritano di essere analizzati: il primo di contenuto ed il secondo sui rapporti di forza nel segreto dell’urna. Sul merito, al di là della bontà o meno del provvedimento che, tra luci e ombre e un nocciolo non trascurabile di perplessità giuridiche, cercava di mettere riparo alla piaga delle violenze di genere, va ricordata la lezione per la quale su temi “sensibili”, etici o di coscienza usare gli scarponi chiodati dell’intransigenza è sempre sbagliato.

Su materie del genere è complicato e causidico individuare torti e ragioni, chi sta dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. Ma siccome la politica e il Parlamento hanno il dovere di legiferare, chi intende meritoriamente farsi carico dell’approvazione non può esimersi dal ricercare tutte le vie per una mediazione accettabile. Perfino nei riguardi di coloro che appaiono più ostici.

È legittimo sostenere che in questo caso e per lungo tempo invece dei tentativi di individuazione di possibili punti di intesa e degli sforzi per stabilire un minimo comun denominatore che consentisse il varo della legge, ha avuto la meglio nei promotori e sostenitori della Zan la volontà di far prevalere l’oltranzismo e le posizioni di bandiera, con il corollario di andare allo scontro sui numeri sicuri di poter avere la meglio. È un esito che rimanda agli schemi della politica vecchia maniera tuttavia sempre validi, ma che in vista della partita per il Quirinale assume un sapore particolare. E cioè il sapore del frutto della vittoria che appare possibile arroccandosi e rinsaldando le proprie fila e che invece si tramuta in cocente sconfitta.

Va ricordato che il presidente della Repubblica dovrebbe essere una figura capace di raccogliere consensi vasti e larghi apprezzamenti. Se finisce per essere l’emblema solo da uno schieramento – come pure in passato è avvenuto – in qualche misura inquina o travisa il suo ruolo e la sua funzione.  Meglio e più rispondente alle esigenze dei cittadini tentare di individuare un percorso comune. Sotto questo profilo, però, quanto accaduto ieri nell’aula del Senato sembra suonare una campana a morto. Una resipiscenza è sempre possibile: in questo caso appare fondamentale.

L’altro aspetto che alla stessa stregua incrocia (e alla grande…) l’elezione del nuovo capo dello Stato, riguarda il voto segreto. Nelle votazioni per il Quirinale ha sempre giocato un ruolo fondamentale esaltando gli agguati dei franchi tiratori. Che però a volte erano anche personaggi che intendevano sottrarsi ad una disciplina di partito ritenuta soffocante e punitiva. Resta che col voto segreto il Msi riuscì a far eleggere Giovanni Leone e sempre a voto segreto furono impallinati Amintore Fanfani, Arnaldo Forlani e Giuliano Vassalli solo per citare alcuni dei nomi più illustri.

Il responso di ieri conferma che non solo la disciplina di partito è uno sbiadito ricordo come del resto lo sono i partiti stessi, ma soprattutto che il Parlamento – in questo caso i senatori ma vale anche per i deputati e i delegati regionali che costituiscono il collegio elettorale dei 1008 Grandi Elettori – è sostanzialmente ingovernabile. E che di conseguenza a scrutinio segreto può succedere di tutto. In fondo sono i disegni, sottaciuti perché incendiari, di Silvio Berlusconi che dalla confusione e dal labirinto degli scrutini conta di poter emergere come soluzione possibile; di Salvini e Meloni, pronti a inserirsi e giocare le loro carte tattiche laddove la situazione dovesse incartarsi; di Enrico Letta che sulla, chiamiamola così, “disaffezione” di settori del centrodestra verso l’ingombrante figura del Cav punta per far prevalere la sua eventuale scelta, sempre che si riesca a saldare un asse con l’M5S di Conte.

Disegni e strategie, palesi o occulte, che tuttavia devono fare i conti con una barriera insormontabile, sia politico sia numerica. E cioè che ai nastri di partenza nessuno dei due schieramenti è autosufficiente, ha cioè la forza di poter eleggere con i suoi soli voti il presidente della Repubblica. E da ieri è anche evidente che quegli schieramenti contengono entrambi, chi più chi meno, il bug della pirateria a voto segreto.

Il senso politico della vicenda della legge Zan in vista di ciò che potrebbe accadere all’inizio del prossimo anno,  è che di troppe blindature ideologiche si può anche morire; che qualunque strategia che punta a far valere le proprie forze a discapito di quelle degli altri rischia di affondare o addirittura di produrre un’eterogenesi dei fini con risultati opposti a quelli agognati; che sulla scelta del capo dello Stato che dovrà reggere il sistema-Paese per i prossimi anni più che la furbizia serve la lungimiranza e l’umiltà della condivisione. Sembra roba di un’altra galassia: invece è il pilastro dell’equilibrio di una Nazione.  


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