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Sergio Mattarella e Mario Draghi

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C’è un altro primato che in questa stagione di record che per fortuna non sfiorisce l’Italia può agevolmente conquistare. Se infatti, come sosteneva maliziosamente l’aforista francese François de La Rochefoucauld, l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù, l’avvicinarsi della convocazione dei Grandi Elettori per scegliere il nuovo presidente della Repubblica non solo già segna il planare della mantide simulatrice tra forze politiche e gruppi di pressione vari che nascondono le loro intenzioni e si rimpallano responsabilità, ma minaccia di diventare il refrain preferito quando con l’avvio degli scrutini comincerà il gioco vero e più duro.

Per quanto in tanti si affannino a dissimularlo anche qui spargendo ipocrisia a manciate, è Mario Draghi il perno della questione, l’asse attorno al quale si dipanano i tentativi, la manovre e gli sgambetti tra chi lo invita a rinunciare esplicitamente al Colle tirandosi fuori dall’elenco dei candidati (“Se lo facesse sarebbe un eroe”, sentenzia Ugo Magri su Huffington) e chi punta a strumentalizzare – con una sorta di do ut des sbalorditivamente improprio visto che le prerogative del capo dello Stato non possono essere l’oggetto di alcuna trattativa – l’eventuale trasloco sul Quirinale per chiudere anticipatamente la legislatura.

In queste circonvoluzioni che avrebbero fatto la felicità di un altro aforista, stavolta genuinamente italiano come Ennio Flaiano, sconcerta la superficialità con la quale viene trattata una materia delicata come la scelta della persona che dovrà fare da arbitro politico-istituzionale per un settennato e la disinvoltura con la quale si pensa di sorvolare questioni politiche di notevole spessore.

La realtà è che l’arrivo di SuperMario a palazzo Chigi ha segnato un discrimine con le pratiche del passato e una cesura rispetto ad atteggiamenti e iniziative di scarso o nullo respiro. Quando infatti Sergio Mattarella affidò all’ex presidente della Bce l’incarico di fare il governo, il nodo era che il sistema dei partiti, vecchi e nuovi, apocalittici e integrati, era andato a sbattere contro il muro della propria pochezza. In una situazione del tutto emergenziale, con la pandemia affatto sotto controllo e il Recovery appena abbozzato, la mossa del Colle rappresentò una sorta di Ground Zero per un sistema finito in un vicolo cieco. Draghi accettò il compito di prendersi sulle spalle una situazione semi disperata e oggi i risultati sono che il piano vaccinale e di contrasto al Covid italiano è preso a riferimento dall’Europa e non solo, mentre il Pnrr tricolore è giudicato esemplare da Bruxelles e dalla presidente della Commissione Ursula von der Lyen.

Vuol dire che con SuperMario è entrata in campo una variabile imprevista e di altissimo spessore, che costringe il Palazzo e i suoi frequentatori (da oggi peraltro liberi di tornare a scorrazzare nel Transatlantico finalmente riaperto) ad alzare l’asticella delle prestazioni, a misurarsi con un campione fino a quel momento rimasto in panchina ma che una volta entrato in campo fa la differenza.

Il tentativo di chi vede la propria leadership e i propri interessi – sia chiaro: assolutamente legittimi – messi a rischio, di spingere dunque di nuovo sugli spalti l’intruso, è umana. Nelle ultime settimane più che mai evidente: ancorché notevolmente autolesionistica per il Paese. Draghi è stato vissuto dalle forze politiche, tutte, se non come un usurpatore senz’altro in funzione commissariale. Un alieno tecnocratico piombato nel mezzo alle macerie della governabilità col compito di sgombrarle; e pazienza se in mezzo finisce triturata qualche vestigia dell’inconcludenza gialloverde o giallorossa.
Adesso però, nonostante la pandemia riprenda vigore e il Pnrr tocca le riforme che più rendono sospettosi e arroccati i settori maggiormente incrostati della società, è tempo di fare conversione a U rispetto all’inizio del 2021.

È tempo di prendere le misure a SuperMario e costringerlo a più miti consigli. La prima cosa da fare è escluderlo dalla gara per il Quirinale: se lo fa da solo è meglio altrimenti ci penseranno gli incappucciati del voto segreto, i franchi tiratori. La presidenza della Repubblica, infatti, è il paradiso dei giochi politici e dei croupier che sanno come si maneggia la roulette delle votazioni. Poco importa se alla fine la pallina ruzzola sul nome alla vigilia meno previsto: è già successo e dunque può tranquillamente risuccedere.

Ciò che invece interessa è che Draghi sia tenuto lontano, perché se è della partita rischia di vincerla. Peraltro chi a gran voce chiede che resti dov’è fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2023 con fauità sorvola sulla necessità di specificare con quale maggioranza verrebbe percorso quel cammino. A ben vedere ha ragione il costituzionalista Francesco Clementi che con lucidità spiega che sarebbe da irresponsabili rompere l’equilibrio Mattarella-Draghi è che perciò “sul Quirinale serve un inquilino che possa proteggere Draghi come ha finora fatto Mattarella”.

Facile a dirsi, assai più difficile a farsi. Perché può benissimo darsi che di fronte ai tanti serpenti che si annidano sotto le foglie dei sorrisi, dei complimenti, delle cabine di regia e dei Consigli dei ministri inesorabilmente unanimi salvo poi essere sconfessati appena terminati, il Timoniere decida che è arrivato il tempo di chiudere la traversata e lasciare ad altri la barra di comando. Niente Colle e fuori da palazzo Chigi: a chi farebbe comodo gestire un’Italia col suo fuoriclasse Draghi messo fuorigioco?


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