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Antonio De Caro mostra la penna con la quale firma gli atti amministrativi

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UNA marcia su Roma per la dignità. I sindaci coinvolti in inchieste giudiziarie sono tanti, troppi, «solo io ho subito 45 processi e per 45 volte sono stato assolto» ha sbottato il primo cittadino di Palermo Leoluca Orlando, tra i circa 600 amministratori che ieri hanno sfilato compatti sotto il sole cocente della Capitale e sono arrivato a piazza Santi Apostoli.

Tanti rischi, infinite responsabilità, tutele assenti. Da Virginia Raggi a Beppe Sala, da Antonio Decaro a Chiara Appendino, da Dario Nardella a Leoluca Orlando, da Giorgio Gori a Matteo Ricci, fino ai rappresentanti dei comuni più piccoli. Al loro fianco è sceso in piazza anche Vittorio Sgarbi.

Inchieste durate tanto e finite quasi sempre in archiviazioni «perché il fatto non sussiste» oppure «perché il fatto non costituisce reato». Sempre nella mattinata di ieri il consiglio nazionale dell’Anci ha approvato all’unanimità il documento che il presidente e sindaco di Bari Antonio Decaro, insieme ad una delegazione di primi cittadini, sottoporrà alla presidenza del Consiglio dei ministri come risultato delle richieste che i sindaci fanno per richiedere maggiori tutele e rispetto per il loro lavoro. «Abbiamo riscontrato ampia disponibilità da parte del presidente Mario Draghi» hanno tenuto sottolineare gli amministratori. Al premier i sindaci hanno rappresentato le motivazioni che li hanno portati a scendere in piazza «per chiedere maggiore rispetto nei confronti del ruolo e del lavoro dei primi cittadini».

«Negli anni in cui le istituzioni e il sistema dei partiti venivano travolti dalla bufera giudiziaria di “mani pulite”, l’introduzione dell’elezione diretta del sindaco ha consentito di creare un legame forte fra elettore ed eletto, rafforzando autonomia e responsabilità con l’obiettivo di rinnovare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Oggi – si legge nel testo del documento – i nostri compiti sono cresciuti in modo esponenziale in un contesto di riduzione di risorse umane e finanziarie, e in un quadro di regole spesso confuso e contraddittorio».

«Da anni  – aggiungono ancora nel documento – si susseguono casi e fattispecie che vedono i sindaci, gli amministratori e i dirigenti destinatari di provvedimenti relativi a imputazioni di responsabilità in sede penale, civile, amministrativa ed erariale che si concludono nella stragrande maggioranza con archiviazioni. In questo contesto, emerge la debolezza o l’assenza del nesso di causalità fra la condotta censurata e l’evento, mentre i sindaci risultano sempre responsabili per l’esercizio o il mancato esercizio di un potere, molto al di là dei compiti e delle responsabilità. Sostanzialmente, chiediamo l’affermazione concreta di un principio di eguaglianza e di pari dignità con le altre cariche elettive e di governo».

A guidare la battaglia degli amministratori è il presidente dell’Anci. «Non vogliamo l’immunità, non vogliamo l’impunità, vogliamo essere giudicati per quelle che sono le responsabilità di un sindaco. Ma le responsabilità vanno circoscritte, non si può essere responsabili di qualunque cosa. Ci ritroviamo indagati qualunque cosa accada nei nostri comuni per il solo fatto di essere sindaci, vogliamo delle tutele» ha sottolineato Decaro aggiungendo un altro aspetto della questione: «Tutti si possono candidare tranne i sindaci, senza dimettersi sei mesi prima; sembra una forma di razzismo istituzionale o qualcuno ha paura del consenso dei sindaci? Non devono averne paura, devono permetterci, come avviene per le altre figure istituzionali, di candidarci».

Sul palco gli ha fatto eco il sindaco di Roma, Raggi: «Fare il sindaco è il mestiere più bello del mondo e al governo chiediamo di ascoltarci. Vogliamo lavorare con serenità, chiediamo ad esempio la riforma del sistema degli appalti perché non è possibile aspettare 2 o 3 anni per indire una gara. Liberate i sindaci dalla burocrazia».

Poi è stato il turno del primo cittadino di Milano Sala, che ha posto l’accento sull’unione degli amministratori: «Siamo uniti e andremo avanti insieme perché ciò che chiediamo è difendere la nostra comunità. Non sfoghiamoci nelle chat, chiediamo. Il nostro stato giuridico ed economico deve essere rispettato e questa volta non ci accontenteremo di un tweet di solidarietà, vogliamo i fatti. Se entro tre mesi non avremo ottenuto una risposta saremo ancora qui».

Il sindaco di Torino Appendino, invece, ha affrontato l’aspetto dei fondi del Piano nazionale di resistenza e resilienza: «Se dobbiamo spendere il soldi del Pnrr e dobbiamo spenderli noi, allora dobbiamo essere messi nelle condizioni di poter firmare senza paura. Per questo chiediamo le tutele giuste».

Parole condivise dal sindaco di Firenze Dario Nardella: «Noi sindaci abbiamo a cuore le nostre città e vorremmo lavorare in un clima di maggiore serenità. Non chiediamo l’immunità o scudi penali ma la giusta proporzione in merito alle nostre responsabilità. Se cadono i sindaci, cade l’Italia».

«Insieme a tutti i sindaci d’Italia dichiariamo il fallimento del federalismo fiscale e chiediamo che si torni alla finanza derivata – ha detto invece Leoluca Orlando – occorre che lo Stato si faccia carico soprattutto di realtà come la Sicilia, dove ci sono comuni sovraindebitati ma anche comuni sovraccreditati, a causa della mancata attuazione del federalismo fiscale».


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