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È PASSATA quasi inosservata, al di là delle meste lamentazioni, al tempo stesso fondate e folkloristiche, di Clemente Mastella sindaco di Benevento riguardo “l’invidia” dei parlamentari, la marcia delle centinaia di primi cittadini che hanno sfilato nel centro di Roma per protestare riguardo la loro condizione d’azione, e i lacci e lacciuoli burocratico-giudiziari che legano loro le mani.

È stata una manifestazione circondata dalla distrazione. Eppure il problema esiste e se fino a ieri era urgente, adesso che con il Pnrr gli amministratori – non solo sindaci ma anche presidenti di Regione – avranno responsabilità specifiche nella gestione e allocazione delle risorse, diventa semi-emergenziale.

Com’è noto, i sindaci sono il personale politico più vicino alle istanze concrete dei cittadini e molte delle insufficienze e problematicità delle città, soprattutto quelle più grandi, ricadono sulle loro spalle. Non nel senso che ne sono gli artefici, pur se addebiti specifici spesso sono tutt’altro che infondati, ma in particolare perché, seppur eletti proprio con questo mandato, non riescono a risolverle. La situazione è andata via via peggiorando nel corso degli anni. Numerosi casi di mala amministrazione, infatti, hanno rinchiuso l’azione dei primi cittadini in un reticolato di norme e adempimenti tale da diventare ingombrante in modo allarmante.  

Specificatamente, è invalsa la concezione che ogni delibera o quasi dei municipi potesse essere a rischio malavita o in odore di corruzione. Per cui si sono moltiplicati a dismisura i meccanismi di controllo che, nati da esigenze condivisibili, sono diventati airbag che soffocano ogni intervento e bloccano gran parte delle iniziative. Il risultato è che la discrezionalità politica e la possibilità di scelta è stata quasi annullata, con l’effetto che le amministrazioni in molti casi restano inerti o viaggiano al minimo sindacale perché timorose di incappare nell’incubo dell’abuso di ufficio, di finire sul registro degli indagati, di essere gettati nel tritacarne politico-giudiziario che ne amputa le possibilità di intervento e spesso ne azzera il futuro sia in termini politici che addirittura personali.

Come un veleno inarrestabile, quest’inoculazione si è scaricata giù pe li rami su tutta la macchina burocratica dei Comuni: trovare un funzionario che si assume la responsabilità di mettere la firma su un atto amministrativo comportante spese a carico della collettività, è diventato più difficile che vincere al Superenalotto. Né la sindrome controllante è stata superata dall’arrivo nelle sale comunale di ex magistrati, candidati dai partiti spesso come foglia di fico al loro operato oppure frutto di iniziative singole spesso giocate nel chiaroscuro di ricette populiste e promesse intrise di demagogia.

Per non parlare di inchieste clamorose come quella di Mafia Capitale che poi non hanno trovato conferme nel processi delle ipotesi accusatorie avanzate, ma hanno comunque  contributo loro malgrado a gettare discreto su chi ha gestito il complesso amministrativo. Insomma allo stato dei fatti i sindaci giustamente lamentano che ogni loro atto è a rischio indagine o sospensione, e che così – ripetiamo: al di là dei limiti politici loro e delle maggioranze elette nonché delle eventuali incapacità e inappropriatezze – fare quel mestiere è diventato impossibile. Al punto che una parte non trascurabile delle difficoltà a trovare candidati sindaci di spessore deriva proprio dalla paura dei papabili di finire stritolati. Aprendo così autostrade all’arrivo di personale poco competente o di personaggi con scarsa o perfino nulla caratura amministrativa in un perverso circolo vizioso che pompa scarsa autorevolezza in quello che è un raccordo fondamentale tra cittadini e istituzioni.

Adesso poi che le amministrazioni, a tutti i livelli, sono chiamate ad un salto di qualità per rendere effettive e spendere bene le risorse che arrivano dall’Europa, il mastodontico intoppo che si determina a livello locale minaccia di mandare in frantumi anche i piani più ambiziosi ed articolati. Con in più, a livello regionale, i protagonismi dei presidenti che spesso si pongono in un rapporto competitivo e/o concorrenziale con il centro, contribuendo ad accresce la confusione e lo sconcerto nell’opinione pubblica. È una questione che meriterebbe di essere messa in cima alle preoccupazioni delle forze politiche, della maggioranza e del governo.

Con tutte le cautele e le garanzie del caso, è forse arrivato il momento di ripristinare o quanto meno riallargare il cerchio della discrezionalità politica e della possibilità di scelta degli amministratori e dei primi cittadini. Che se sbagliano ne pagheranno le conseguenze come è giusto e doveroso, ma che non possono essere penalizzati nelle loro prerogative. Se si ripristina il meccanismo virtuoso della fiducia tra amministrati e amministratori e se la giustizia controlla senza diventare occhiuta e ossessiva, può venirne del bene per tutti. Forse è arrivato il momento di provarci.


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