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C’è un Sud nel Sud e persino un sud al Nord. Aree interne del nostro Paese, piccoli Comuni e zone distanti dai grandi centri e dai capoluoghi, che, oltre a non avere più ospedali perché chiusi in nome dell’austerity, devono fare i conti con la mancata promessa della politica di potenziamento della medicina territoriale.

Stiamo parlando di ambulatori, Case della Salute, consultori, Punti di primo intervento, centri di salute mentale, assistenza domiciliare: tutte quelle strutture e servizi che dovrebbero accogliere i pazienti meno gravi, evitando che i pronto soccorso degli ospedali si intasino.

Il processo di riduzione della assistenza ospedaliera si sarebbe dovuto tradurre in un ampliamento di quella territoriale, ma non è avvenuto o è accaduto solo in parte. E questo ha prodotto ulteriori diseguaglianze sul territorio: chi vive lontano dai centri urbani più grandi si trova, di fatto, a non disporre di una offerta sanitaria all’altezza delle promesse. Una situazione che vale per il Nord Italia ma che, ovviamente, è maggiormente accentuata nel Sud, dove già i mezzi a disposizione sono scarsi.

FALLIMENTO

E’ lo stesso ministero della Salute ad evidenziare il fallimento delle politiche di potenziamento della medicina territoriale: la simulazione del nuovo sistema nazionale di valutazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), che entrerà in vigore dall’anno prossimo, dice che ben 8 Regioni e Province autonome risultano “inadempienti” nel garantire i livelli essenziali di assistenza sanitaria distrettuale.

La “pagella” è riportata nella relazione della Corte dei Conti e boccia Valle d’Aosta, P.A. di Bolzano, Lazio, Molise, Campania, Basilicata, Calabria e Sardegna. Non a caso, l’Italia è sotto la media europea (4%) per quanto riguarda anche l’accesso ai servizi domiciliari (solo 3,5% della popolazione).

ANZIANI

Per quanto concerne l’assistenza domiciliare, nel 2015 solo l’1,2% di anziani over 65 ha beneficiato di interventi in regime Adi (Istat 2019). Dei 2,5 milioni di anziani non autosufficienti, sono stati assistiti a domicilio 1.014.626 pazienti nel 2017, con l’8,8 % rappresentato da pazienti terminali (Annuario Statistico SSN, 2017). Si registrano, inoltre, disparità territoriali nell’accesso ai servizi domiciliari: dal 4% di anziani over 65 trattati in ADI in Veneto al 2% della Campania, Puglia e Calabria.

Il fallimento è riportato anche dalla Corte dei Conti stessa: nel 2012 in Italia c’erano 5.682 strutture territoriali nel complesso, nel 2017 sono calate a 5.586. Alla faccia del potenziamento, anziché aumentare il numero si è ridotto. Persino gli ambulatori e laboratori, sia pubblici che privati, sempre in nome dell’austerity, sono diminuiti: nel 2012 erano 9.268, nel 2017 sono passate 8.867.

Il tutto a discapito di chi si è visto chiudere l’ospedale nel proprio Comune o in quello vicino, ma non ha potuto godere di nuovi servizi sanitari in sostituzione. E a pagare dazio non sono solamente gli abitanti del Mezzogiorno, perché c’è un Sud anche nel Nord che è rappresentato dalle aree interne.

AMBULATORI

“Nelle regioni del Nord – si legge nella relazione della Corte dei Conti – l’offerta degli ambulatori e laboratori è più concentrata, il numero delle strutture è inferiori a 10 per 100.000 abitanti (fa eccezione la sola Liguria che ne annovera oltre 20) e si tratta in prevalenza di strutture pubbliche (anche in questo caso con l’eccezione di due realtà territoriali, la Lombardia e la Provincia autonoma di Bolzano); nelle regioni del Centro la percentuale di strutture pubbliche è più variabile, con Lazio e Marche inferiore al 40 per cento e Umbria e Toscana ben superiore (tra il 65 e il 75 per cento)”.

Pensare che sia un problema per pochi è sbagliato, l’Italia è formata da piccoli Comuni: il 69% ha meno di 5mila abitanti, 10 milioni di italiani vivono lontani dai grandi centri urbani. Persino la Corte dei Conti sottolinea il problema: “Determinante – si legge nell’ultimo rapporto sul Coordinamento della finanza pubblica – nell’assistenza territoriale è il ruolo dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta convenzionati con il sistema sanitario nazionale a cui spetta il compito di valutare il bisogno sanitario del cittadino guidando l’accesso agli altri servizi del sistema. Anche in questo caso il numero dei medici si è ridotto nell’ultimo quinquennio: del 3,8 per cento nel caso dei medici di medicina generale e dell’1 per cento per i pediatri. Il calo – dicono i giudici – nella numerosità dei soggetti ha comportato, in pressocché tutte le Regioni, un aumento del numero dei residenti per medico”.

GUARDIE MEDICHE

Persino il numero delle guardie mediche è in costante calo: “In flessione – annota la Corte dei Conti – sono inoltre gli organici del servizio di guardia medica, che dovrebbe garantisce la continuità assistenziale per l’intero arco della giornata e per tutti i giorni della settimana. Attraverso tale servizio dovrebbero essere assicurati interventi domiciliari e territoriali per le urgenze notturne festive e prefestive”.

Tra il 2012 e il 2017 pur aumentando a livello complessivo i punti di guardia medica, il numero dei medici si è ridotto del 2,8 per cento passando da 12.027 a 11.688, con una riduzione anche dei medici ogni 100.000 abitanti. Altro elemento di non secondaria rilevanza è la carenza di personale infermieristico, ruolo fondamentale per la medicina territoriale e per dare vita alle forme associative sostitutive degli ospedali: secondo uno studio della Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche in Italia si registra una carenza di personale infermieristico pari a 30mila unità.

Questa situazione si somma ad un problema più generale che riguarda il definanziamento della sanità al Sud: anche nel 2020, infatti, il riparto del fondo sanitario nazionale segue logiche inique, che vedono il Mezzogiorno d’Italia ancora svantaggiato. Meno risorse a parità di popolazione. E’ lo scippo della spesa storia che prosegue, ecco qualche esempio: alla Puglia, 4,1 milioni di abitanti, dei 113,3 miliardi complessivi, quest’anno sono stati riservati 7,49 miliardi; l’Emilia Romagna (4,4 milioni di residenti) riceverà 8,44 miliardi: quasi un miliardo in più nonostante una popolazione quasi identica.

Prendendo in considerazione il Veneto (4,9 milioni di abitanti) la sproporzione resta, visto che la Regione di Zaia incassa 9,2 miliardi, quasi due in più rispetto alla regione di Michele Emiliano. Le differenze si fanno ancora più palesi se prendiamo la spesa pro capite dello Stato per ogni cittadino: per la salute e le cure di un pugliese, lo Stato investe 1.826 euro, contro i 1.918 riservati ad un emiliano e 1.877 per un veneto. La Lombardia, che conta 10 milioni di residenti, riceve 18,8 miliardi per la sua sanità che non ha brillato durante l’emergenza Coronavirus: fatti due calcoli, significa 1.880 euro per ogni sua cittadino.

La Campania, 5,8 milioni di residenti, avrà 10,6 miliardi: 1.827 euro pro capite. La Calabria (quasi due milioni di abitanti) ottiene nella ripartizione del fondo sanitario nazionale da 113 miliardi solamente 3,6 miliardi: 1.800 euro per ogni cittadino. Potremmo continuare: il Friuli Venezia Giulia che conta 1,2 milioni di residenti, incassa 2,33 miliardi: 1.916 euro per ogni suo cittadino.

E ancora: il Piemonte, che pure negli ultimi anni come certificato dalla Corte dei Conti, non ha brillato nell’obiettivo di tenere sotto controllo la spesa sanitaria, incassa dallo Stato 8,33 miliardi per 4,35 milioni di abitanti: circa 1.935 euro per residente. Chiudiamo con la Toscana, 3,73 milioni di abitanti e 7,1 miliardi: 1.917 euro pro capite.

Figli e figliastri. Una storia che va avanti da ormai 15 anni, ad esempio già dal 2012 al 2017, nella ripartizione del fondo sanitario nazionale, sei regioni del Nord hanno visto aumentare la loro quota, mediamente, del 2,36%; mentre per altrettante regioni del Sud, la loro fetta è lievitata solo dell’1,75%, oltre mezzo punto percentuale in meno. Potrebbe apparire poca roba, ma tradotto in euro, significa che, dal 2012 al 2017, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato un miliardo in più (per la precisione 944 milioni) rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria. Infatti, mentre al Nord sono stati trasferiti 1,629 miliardi in più nel 2017 rispetto al 2012, al Sud sono arrivati soltanto 685 milioni in più.

Questo squilibrio ha permesso alle Regioni del Nord, non in Piano, di investire e assumere: le Regioni settentrionali, nel 2018, hanno speso 14 miliardi e 190 milioni per gli stipendi del personale sanitario a tempo indeterminato, nel 2019 c’è stato un incremento sino a 14 miliardi e 475 milioni.

TURISMO SANITARIO

Le Regioni del Sud per i contratti dei loro medici, infermieri, operatori sanitari a tempo indeterminato hanno potuto spendere meno della metà, 6 miliardi e 726 milioni nel 2018, diventati 6 miliardi e 805 milioni nel 2019. Una differenza di risorse che è causa, o quantomeno concausa, dell’esodo di pazienti dal Sud al Nord: ogni anno, ad esempio, la Regione Puglia guidata da Michele Emiliano sborsa circa 300 milioni per la mobilità passiva, soldi che finiscono, principalmente, nelle casse di Lombardia, Emilia Romagna e poi Lazio e Toscana.

Nel 2017 – scrivono sempre i magistrati contabili – con qualche lieve variazione rispetto agli anni dal 2012 al 2016, il 42% del totale delle risorse finanziarie per la sanità è stato assorbito dalle Regioni del Nord, il 20% dalle Regioni del Centro, il 23% da quelle del Sud, il 15% dalle Autonomie speciali.

Prendendo in considerazione solamente la spesa per investimenti fissi nella sanità, lo scenario non cambia: dal 2010 in poi la spesa per edilizia e arredamenti sanitari sono diminuiti in tutta Italia, passando da 3,4 miliardi a 1,4 miliardi del 2017. Ma, oltre a ridursi, la spesa per investimenti è stata del tutto squilibrata territorialmente: dei 47 miliardi totali degli ultimi 18 anni (2000-2017), oltre 27,4 sono stati spesi nelle regioni del Nord, 11,5 in quelle del Centro e 10,5 nel Mezzogiorno.

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