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Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana

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Si allenta la tensione anche in Lombardia, dove da oggi la nuova ordinanza permette di circolare e vivere all’aria aperta senza indossare la mascherina o un indumento di protezione di naso e bocca se si mantiene la distanza di almeno un metro dalle altre persone. Ma questo timido spiraglio di aria più o meno sana (in una delle regioni più inquinate d’Europa) non deve far dimenticare tutti gli episodi quanto meno dubbi che hanno coinvolto la gestione dell’emergenza da fine febbraio in poi. Perché se la voglia di rilassarsi è più che comprensibile e umanamente inevitabile dopo mesi di inferno, non lo deve essere la voglia di seppellire nell’oblio fatti che, invece, devono essere ancora chiariti, sia in un’ottica politica sia in quella giudiziaria. Da quest’ultimo punto di vista la magistratura prosegue il suo lavoro un po’ in tutte le Procure lombarde, da quella di Bergamo a quella di Milano, attiva su varie inchieste, tra cui negli ultimi giorni ha di nuovo fatto scalpore quella relativa alla fornitura di camici da parte di una ditta legata al governatore Attilio Fontana.

Ciò che non deve scemare è l’attenzione della società civile, anche perché due mesi ci sarà un appuntamento importante: scadranno i 5 anni di sperimentazione della legge regionale 23, quella che ha smantellato la medicina territoriale e concesso ogni vantaggio alla sanità privata, investendo massicciamente e pressoché unicamente sugli ospedali iper-specializzati. Non servirebbe aspettare questo “tagliando di verifica” per affermare il fallimento di quel modello, già tragicamente e abbondantemente dimostrato dai mesi appena trascorsi, ma pare che l’evidenza non basti per avere la sicurezza di una prossima bocciatura della ormai svelata falsità dell’eccellenza lombarda, viste le scelte delle ultime settimane attuate dai nuovi (si fa per dire) vertici della sanità regionale.

Per questo medici e operatori sanitari sono in mobilitazione per denunciare, ancora una volta, le pecche del modello Formigoni-Maroni-Fontana e per cercare di intervenire per cambiare la situazione tra due mesi. Sono in corso i lavori dell’inchiesta indipendente che prenderà forma nel libro “Senza Respiro” che riassumerà i dati raccolti dall’Osservatorio Coronavirus curato da Medicina Democratica e dalla trasmissione sulla salute che il medico Vittorio Agnoletto ha trasmesso su Radio Popolare. La tesi che sottende il lavoro è che il Covid-19, nella sua azione distruttrice, abbia “oggettivamente trovato un potente alleato nei vertici, presenti e passati, della sanità lombarda – e che l’idea di salute e servizio che questi vertici hanno propugnato sia stata tutta concentrata solamente sulla cura, sui protocolli terapeutici e chirurgici di alta specializzazione, sulla cosiddetta medicina personalizzata, sulle ricerche sul genoma; indifferente alle infinite attese alle quali devono sottostare i propri cittadini per accedere alle cure formalmente loro garantite dallo Stato, disinteressata alla medicina preventiva e ai servizi territoriali considerate strutture di una medicina di serie B”, sostiene Agnoletto che più volte ha prodotto studi sulla storia della sanità in Lombardia, affiancati dalle dettagliatissime ricerche di un’altra dottoressa: Maria Elisa Sartor del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità dell’Università degli Studi di Milano.

Sartor, numeri alla mano, ha dimostrato come il peso delle emergenze sia stato e sia ancora del tutto a carico della sanità pubblica, mentre le prestazioni specialistiche e redditizie fanno ricche le cliniche private, favorite negli anni da norme e agevolazioni ma anche da politiche di assunzione, stipendi, garanzie e diritti del lavoro che penalizzano medici e operatori del pubblico.

Al momento della verifica, quindi tra due mesi, “il governo autorizzerà ancora la prosecuzione di tale disastrosa sperimentazione o metterà al primo posto la tutela della salute di dieci milioni di cittadini? – si chiede Medicina Democratica, ricordando la petizione promossa dalla rete Milano 2030 e sostenuta da oltre 85mila firme per chiedere – di commissariare la sanità lombarda: non sarebbe un’azione contro la Regione Lombardia, ma un atto a favore e a difesa della salute dei cittadini e delle cittadine di questa regione”. Un’ulteriore campagna di pressione è quella portata avanti dal Coordinamento nazionale per il diritto alla salute, sempre con Medicina Democratica in prima linea, che chiede di sottoscrivere un appello per rimettere al centro la sanità pubblica, la medicina territoriale, la prevenzione, superando “l’impostazione aziendalistica fondata esclusivamente sulle ‘compatibilità’ economiche, slegata dai reali risultati di salute, basata sulla figura monocratica dei direttori generali; va eliminata anche la catena del “rapporto fiduciario” dei lavoratori spesso ridotti al silenzio anche in caso di gravi inadempienze dei vertici. Va azzerata la normativa che permette la libera professione intramoenia, altro fattore di diseguaglianza”.


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