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Milioni di mascherine sfilano per strade delle città italiane in ossequio all’ultimo Dpcm adottato per fronteggiare l’emergenza coronavirus dopo quasi 10 settimane di ricrescita dei contagi giornalieri. Ma sull’efficacia della protezione, indossata all’aperto, la comunità scientifica si è più volte divisa. Lo stesso Andrea Crisanti – non certo annoverabile nel partito dei negazionisti – ha recentemente spiegato a Sky Tg24 che la stessa, da sola, non è sufficiente per risolvere il problema.

NUMERO MAGGIORE

Il microbiologo da mesi sostiene, infatti, che l’unica vera arma contro il Covid19 sia estendere il numero di tamponi effettuati fino a portarlo a quota 400mila ogni 24 ore. L’auspicio si scontra, però, con la realtà quotidiana dei test realizzati, che fanno segnare un record quando si avvicinano alle 130mila unità (come accaduto ieri). Un dato che, fra l’altro, risente dei mezzi e dell’efficienza dei singoli sistemi sanitari regionali, col risultato che il Paese – per quanto riguarda l’aggressione al virus – si presenta più che mai a macchia di leopardo.

La questione non è di poco conto: aumentare la quantità di tamponi significa non solo intercettare per tempo contagi e potenziali focolai ma anche valutare l’andamento e l’incidenza dell’epidemia in termini statistici. A oggi gli unici dati “reali”, a parte i decessi, sono quelli che derivano dalle ospedalizzazioni (4.473 secondo l’ultimo bollettino) e – all’interno di queste – dalle terapie intensive (387). Va da sé che questi numeri hanno un peso maggiore o minore nella valutazione della gravità della pandemia in Italia a seconda della quantità di persone attualmente positive. Le oltre 70mila registrate ieri sono, quasi certamente, solo una frazione di un volume più ampio, i cui contorni possono essere definiti solo allargando il campione di soggetti testati. Semplificando: se in Italia ci fossero 10 ricoverati a fronte di 1000 positivi la situazione sarebbe meno grave rispetto a un rapporto di 10 a 100.

IL REPORT E I RITARDI

Ma sul punto siamo ancora indietro, specie in alcune zone del Paese. Lo dimostra l’ultimo istant report sul Covid19 realizzato dall’Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems) dell’Università cattolica del Sacro Cuore. A oggi, spiega lo studio, la media nazionale di tamponi effettuati ogni mille abitanti è pari a 10,13. Fra le regioni che superano questo valore non ce n’è nemmeno una del Mezzogiorno. In testa troviamo il Veneto con 17,67; seguono Pa di Trento (17,55), Friuli Venezia Giulia (16,07), Pa di Bolzano (14,64), Umbria (12,68), Toscana (12,5), Emilia Romagna (12,27), Liguria (12,13) e Lazio (12,05). Se si eccettuano Lombardia (appena sotto il coefficiente mediano con 10,12), Abruzzo, Piemonte Valle d’Aosta e Marche, i valori sotto la media nazionale sono interamente appannaggio di Sud e Isole. La peggiore è la Puglia (5,32), poi Calabria (5,54) e Sicilia (6,39). La Campania, che sta facendo registrare continui boom di contagi, non fa meglio (7,17). Le regioni dunque, sottolinea il documento allegato al report, “continuano a differenziarsi in termini di strategia di ricerca del virus attraverso i tamponi, anche se il trend nazionale è in aumento dalle scorse settimane”.

Sullo sfondo dell’andamento altalenante dei tamponi è la questione dei costi. La stessa Altems ha calcolato che dal 24 febbraio ai primi di settembre la spesa sostenuta dal Sistema sanitario per l’individuazione dei casi di Covid è stata pari a oltre 300 milioni di euro. Ipotizzando una media di 35 euro per tampone – il prezzo in realtà varia di regione in regione – la stessa Scuola ha calcolato quanto viene investito in ciascun distretto territoriale nell’attività di ricerca del virus. In testa alla classifica questa volta troviamo la Lombardia dove, nella settimana dal 30 settembre al 6 ottobre, sono stati spesi circa 4 milioni e 500mila euro. Seguono il Veneto (poco meno di 3 milioni), il Lazio (più di 2 milioni e 500 mila) e l’Emilia Romagna (quasi 2 milioni e 400mila). In coda c’è la Valle d’Aosta – anche per una questione legata all’esiguità della popolazione – ma subito dopo troviamo due regioni del Sud: Molise (neanche 70mila euro) e Basilicata (poco più di 139mila e 500). Nel panorama del Mezzogiorno la regione dove si è speso di più nello stesso periodo è la Campania (oltre un milione e mezzo di euro).

Un’inchiesta dell’associazione Altroconsumo offre, invece, un quadro interessante sui cosiddetti “tamponi volontari” eseguiti da persone che sospettano di essere entrate in contatto con potenziali contagiati o accusano sintomi riconducibili al Covid. Per accorciare i tempi di attesa del Ssn questi individui si rivolgono spesso a laboratori privati, nei quali i costi risultano spesso elevati. L’indagine ha riguardato 154 strutture di questo tipo situate in sei regioni. In Lombardia il prezzo richiesto può andare dai 70 ai 152 euro, in Veneto dai 65 ai 102.

Dalla Campania – unico territorio meridionale entrato nel campo d’analisi – non sono arrivati dati utili allo studio per quanto riguarda i tamponi. Tuttavia per l’alternativo test sierologico possono essere chiesti dai 25 ai 60 euro. Costi elevati un po’ ovunque quindi. Ma sull’efficienza delle strutture anche in questo caso emergono importanti differenze fra Nord e Sud. “Più di tre volte su dieci l’appuntamento è addirittura per il giorno stesso – afferma Altroconsumo -. Non mancano però le eccezioni: in Campania e in Lazio, per esempio, nella prima metà di settembre non era possibile eseguire il tampone privatamente”.

IL VERO TIMORE

I dati ancora bassi relativi all’attività di testing preoccupano in vista dell’incipiente stagione delle influenze che rischia di mandare in tilt il Ssn. «Abbiamo speso miliardi per il bonus bici e i banchi, invece di investirli per creare un sistema sanitario di sorveglianza– si è lamentato di recente Crisanti a Repubblica – a fine agosto ho presentato un piano per quadruplicare i tamponi al governo che lo ha sottoposto al Cts. Poi non ne ho saputo più nulla»

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