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La Lombardia è tra le regioni più colpite dalla nuova ondata di Coronavirus e la situazione «è in netto peggioramento – come ha rilevato pochi giorni fa il primario dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli – Stiamo di nuovo lavorando in ospedale a ritmi molto, molto, molto serrati. Purtroppo, visti i trend, era prevedibile».
Era prevedibile, appunto… Eppure da quando la Lombardia ha iniziato a respirare, diciamo da giugno a settembre, non è stato fatto nulla di ciò che sarebbe stato necessario, anzi vitale, fare per affrontare questa nuova, prevista, recrudescenza del virus.

LA FALLA PRINCIPALE

«Nessuno può accampare scuse, né a Roma né nei palazzi delle Regioni», ha dichiarato di recente il medico del lavoro Vittorio Agnoletto nella sua trasmissione settimanale sulla salute su Radio popolare.

Lui, insieme a Medicina Democratica, alle rappresentanze degli Ordini dei medici, degli infermieri e a numerosissime altre realtà sanitarie e sociali, aveva chiesto una riorganizzazione complessiva della sanità, ma chi decide o non ha capito la portata della sfida da affrontare, o invece, capendola benissimo, ha deciso di non agire per non toccare interessi e poteri specifici.

La falla più grave riguarda la medicina territoriale: i medici di base, a oggi, non hanno direttive, sono nuovamente abbandonati nella gestione dei pazienti anche “solo” in materia di vaccino antinfluenzale. Agnoletto ha portato l’esempio del direttore dell’Ats di Milano che «dichiarava di essere pronto a effettuare il contact tracing per cento casi al giorno, a ottobre ha detto che il servizio è stato potenziato ma è comunque saturo. È inaccettabile».

Ma le testimonianze sono innumerevoli in ogni ambito del mondo del lavoro sanitario: una per tutte è quella raccolta da www.milanoinmovimento.com che riporta la denuncia di un infermiere milanese che la scorsa primavera era in prima linea nei reparti Covid19 presso una grande struttura ospedaliera milanese e che oggi è in un reparto non-Covid, dove non ci sono nemmeno «chiare disposizioni dagli organi preposti per quel che riguarda le visite ai degenti e non è sempre facile far rispettare le misure anticontagio, in una situazione che ricorda molto la situazione di inizio marzo. Dunque è possibile che da un giorno all’altro saremo spostati in reparti per riaprirli come Covid. Sta già accadendo. Mancano i dispositivi e i presidi per lavorare decentemente, la medicina territoriale è invariabilmente la stessa antecedente a marzo, addirittura, mancando i vaccini antinfluenzali, aumenterà ulteriormente la confusione nella diagnosi differenziale tra influenza e Covid».

L’IMMOBILISMO

Senza informazioni, senza linee guide e sotto organico: non ci sono state assunzioni e solo il 22 ottobre si è tenuta una riunione tra ministri e governatori regionali per valutare l’opportunità di lanciare un bando della Protezione civile per l’assunzione di 2.000 persone per potenziare l’esecuzione dei tamponi.

«Siamo al 22 ottobre – rilevava Agnoletto – possibile che nessuno abbia ragionato su queste assunzioni e su quelle di medici e infermieri assolutamente necessarie (e in numero ben maggiore di 2.000), qualche mese fa per prepararsi all’autunno?».

E dire che le proposte, addirittura i piani dettagliati, non sono mai mancati. Tra i più puntali quello di Medicina democratica, lanciato ufficialmente a metà giugno con il titolo “La salute non è una merce, la sanità non è un’azienda”: un manifesto che faceva sintesi di una discussione che aveva coinvolto oltre 40 associazioni un centinaio di singoli soggetti per «la messa al centro della salute quale obiettivo fondamentale anche tramite il rilancio (e la riforma) della sanità pubblica, per imparare dalle lezioni della pandemia e non continuare nella deriva privatistica, ben poco salutare, dei servizi».

Ma ci sono stati anche gli Ordini dei medici che hanno portato le loro proposte per imparare da ciò che era successo, tra cui molto attivo era stato (e continua a esserlo) quello della provincia di Brescia, una zona dove il braccio di ferro tra amministratori locali (e personale sanitario) e governo regionale è stato aspro e lo è ancora su molti temi tra cui la costruzione di un reparto esclusivamente Covid all’Ospedale civile di Brescia (una delle eccellenze regionali, nazionali e mondiali).

SILENZIO COMPLICE

Eppure oggi siamo ancora nella situazione della scorsa primavera, solo con qualche conoscenza e dispositivi di sicurezza in più per sanitari e cittadini.
«Non si è discusso della sanità lombarda per un semplice motivo – ha valutato l’infermiere intervisto da Milano in movimento – Chi dovrebbe fare autocritica e dimettersi ha l’appoggio forte degli industriali cui garantisce i profitti. A cascata i direttori, a nomina politica, delle strutture pubbliche che applicano e difendono le scelte dei loro superiori. Dal lato privato, il connubio Confindustria e Lega è ancora più marcato e chi governa non critica le scelte che garantiscono i profitti e mantengono in piedi quei circuiti economici».


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