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ANCORA una volta ci troviamo impreparati di fronte a una emergenza annunciata, come se non avessimo imparato nulla dalla prima ondata. In questa insipienza collettiva siamo bene accompagnati, perché sembra che tutto l’Occidente non abbia colto che non basta semplicemente attendere che passi la nottata – come avrebbe detto Eduardo – ma occorre delineare fin da ora il mondo che verrà dopo la pandemia.

LA RESA DEI CONTI

Tutta Europa sembra infatti aver ritenuto la pandemia una sorta di incidente di percorso di fronte al quale fermarsi imprecando al cielo e non come la resa dei conti di problemi accumulatesi nel tempo e sempre rinviati. E primo fra tutti il tema di quali siano i beni comuni, cioè quei beni che individuano l’unità della comunità nazionale. Così l’emergenza sanitaria fa riemergere il tema del bene comune “Salute,” dopo anni di oblio, in cui da prima eravamo preda di una foga individualista, in cui tutto era mercato, e poi ci siamo ritrovati rabbiosamente rinchiusi nella ricerca di un colpevole, meglio se di colore diverso e di diversa nazionalità. Fra i nodi giunti al pettine c’è dunque evidentemente quello della “salute pubblica”, cioè di una sanità che per essere percepita come bene comune non deve lasciare indietro nessuno.

I DUE MODELLI

Semplificando fino all’estremo, oggi nella variegata situazione istituzionale italiana si sono fronteggiati due diversi modelli, ognuno con i propri meriti e i propri problemi, ma che ora debbono essere sottoposti ad attenta verifica per poter delineare il mondo post – Covid. Semplificando diremo che vi è da una parte il Modello Lombardo, che vede lo Stato, impersonato dalla Regione, che regola e vigila – parole grosse, visti gli scandali a ripetizioni succedutisi proprio nella Capitale Morale – ma non interviene direttamente lasciando ampio spazio ai privati, che si concentrano laddove vi è più resa economica, quindi sulla parte alta dell’offerta sanitaria, anche raggiungendo livelli di eccellenza, ma trascurano quei servizi di base, diremo di igiene pubblica, che sono propriamente di spettanza degli organismi territoriali.

Dall’altra parte un Modello che per semplicità diremo Emiliano, che invece parte dalla rete dei servizi di igiene pubblica per poi risalire a strutture di eccellenza, anche private, ma strettamente regolate dal pubblico. In realtà i due modelli si sono molto imbastarditi fra loro, primo perché infine è sempre il pubblico che paga la stragrande parte delle prestazioni, secondo perché vaste aree di servizi sanitari sono da tempo fuori da questo ambito e, tranne le prestazioni minime, i servizi sono largamente a pagamento anche dentro le strutture pubbliche: si pensi ad esempio alle prestazioni odontoiatriche.

Non di meno, volendo imboccare tutti insieme un cammino di uscita dall’emergenza in grado di risolvere anche le contraddizioni strutturali della nostra comunità nazionale, bisogna decidere quale debba essere il modello di sanità, o più in generale di servizi alla popolazione che il Paese si vuole darsi oltre la pandemia, facendo tesoro anche di quello che dolorosamente abbiamo imparato in questi mesi di Covid. In altre parole dobbiamo domandarci se la sanità lombarda – con le eccellenze riconosciute, ma anche con le sue falle evidenti e che ha dimostrato di non resistere né alla prima né alla seconda ondata del virus – sia ancora un riferimento di efficienza alla quale guardare con invidia, e nel contempo se l’esperienza dell’Emilia-Romagna, che pure ha visto ai suoi confini, a Piacenza e a Rimini, situazioni sicuramente drammatiche, possa essere estesa a tutto il resto del Paese.

PENSARE IN AVANTI

In realtà bisogna andare oltre i modelli e ripensare quale salute pubblica volere per il Paese tutto, che non significa proporre una centralizzazione della sanità sotto le bandiere di Palazzo Chigi, ritornando a un centralismo che abbiamo già provato sulla nostra pelle essere portatore di diseguaglianze insostenibili, ma come ritrovare percorsi unitari fra sistemi regionali, che nel loro insieme costituiscono il Sistema sanitario nazionale, cioè quel bene comune che caratterizza con la scuola il livello vero di unità del Paese. È questo il momento di pensare in avanti, perché altrimenti dall’emergenza non si uscirà più ed è nella fase più critica della crisi, quella in cui si è stanchi e provati e si può cedere all’avvilimento, che bisogna ragionare sulla ricostruzione.

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