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PRIMA del Covid, i posti letto nelle rianimazioni italiane erano appena 5.179, oggi sulla carta dovrebbero essere 8.679. Ma dei 3.500 posti aggiuntivi ne risultano attivi circa il 35%, un ritardo che sta portando già al collasso il sistema ospedaliero italiano. Allo stato attuale sono circa 6.600 i posti letto di terapia intensiva attivati in tutta Italia, circa 1.500 in più rispetto alla situazione di partenza pre pandemia.

In sostanza, ci sono circa altri 2mila posti da allestire, ma nel frattempo l’epidemia avanza. Colpa dei ritardi, burocratici soprattutto, ma anche di piante organiche ridotte all’osso: se è vero che i ventilatori ci sono, che l’attrezzatura è stata reperita, che mascherine e tute ora non mancano rispetto a marzo, è pur vero che gli anestesisti sono troppo pochi. E senza medici e infermieri, i posti letto aggiuntivi restano sulla carta. Una situazione ancora più difficile al Sud: le Regioni del Mezzogiorno, obbligate per 10-15 anni a piani di rientro lacrime e sangue, non hanno potuto assumere per oltre un decennio e adesso pagano il doppio prezzo di politiche preoccupate solamente di tagliare e risparmiare.

Non è un caso che, nonostante il potenziamento, le regioni con il più basso rapporto tra residenti e posti letto di terapia intensiva siano Campania e Puglia: la prima, sulla carta, ne ha 7,3 ogni 100mila abitanti; la seconda 9 ogni 100mila. L’Emilia Romagna, invece, ha 11,5 posti letto ogni 100mila residenti; il Veneto 16,8; il Friuli 14,4; la Liguria 13,4; la Toscana 11,1; la Valle d’Aosta 15,9. Fanno eccezione la Lombardia e il Piemonte che hanno, rispettivamente, 9,8 posti letto ogni 100mila abitanti e 9,1. A ormai quasi sei mesi dal decreto Rilancio, però, sono stati creati appena il 35% dei posti letto in più previsti per le terapie intensive e solo tre Regioni – tutte del Nord, Veneto, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia – sono sopra lo standard di 14 posti letto per 100mila abitanti fissato dal governo Conte. I 606 milioni stanziati dall’Esecutivo per aumentare il numero delle rianimazioni non sono bastati, perché sino a quando non si metterà mano alle piante organiche gli sforzi saranno inutili. Sui ritardi poi pesa anche un altro fattore: i governatori hanno ricevuto dal commissario Domenico Arcuri le deleghe per attuare i loro piani di potenziamento solamente questo mese, dopo un lungo e macchinoso processo che mal si concilia con una situazione di emergenza.

Ogni Regione, infatti, ha dovuto presentare un piano al ministero della Salute, che lo ha valutato. Solamente dopo il via libera, tutto è passato nelle mani del commissario che ha, a sua volta, avviato un confronto con ogni Regione. Insomma, burocrazia, burocrazia, burocrazia, ma il Covid-19 non aspetta. C’è un secondo tema da non trascurare: i ventilatori consegnati alle Regioni dalla Protezione civile sono 4.694, sono stati distribuiti quasi tutti durante la prima fase dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia di coronavirus. Ma la stragrande maggioranza di respiratori è stata fornita agli ospedali del Nord, perché durante la prima ondata erano quelli in maggiore difficoltà con l’allestimento dei posti letto di terapia intensiva.

Così, ad oggi, secondo i dati ufficiali della Protezione civile aggiornati al 15 ottobre 2020, alla Lombardia sono stati dati 699 ventilatori, 418 al Veneto, 610 all’Emilia Romagna: insieme fanno 1.727 respiratori, oltre un terzo di quelli distribuiti. A questi poi vanno aggiunti i 233 ventilatori dati al Piemonte, 279 alla Toscana, 82 al Trentino Alto-Adige, 77 al Friuli Venezia Giulia, 148 alla Liguria e 210 alle Marche. Totale, 2.756. Al Sud, la regione che ha ricevuto il maggior numero di respiratori risulta essere la Campania con 458 unità, ma si tratta anche del territorio con il più alto indice di densità popolare; seguono la Sicilia (295) la Puglia (258), la Calabria (193), la Basilicata (61), il Molise con 38 respiratori. Totale: 1.303. Il Lazio ne ha ottenuti appena 326. Se questa disparità era giustificata a marzo e aprile perché il Mezzogiorno effettivamente era stato favorito e salvato dal lockdown che aveva limitato i danni, oggi non è più così: la seconda ondata sta colpendo la Campania e lo stesso Lazio quanto la Lombardia e il Veneto. Anche prendendo in considerazione tutto il materiale anti Covid dato alle Regioni (mascherine, tute, guanti, calzari, termometri, saturimetri, pompe, tamponi, etc) c’è una notevole disparità di trattamento. Ad esempio, alla Lombardia sono stati consegnati, nel complesso, quasi 150 milioni di pezzi; al Veneto 138 milioni; all’Emilia Romagna 94 milioni; alla Toscana 84 milioni. La prima regione del Sud è la Puglia con 72 milioni di pezzi, segue la Sicilia (39 milioni), la Campania 35 milioni, la Calabria appena 14,7 milioni, il Molise ultimo 8,3 milioni.

C’è evidentemente qualcosa che non va, i conti non tornano: la pandemia ormai è uniforme nel Paese, anche la distribuzione delle “armi” per combatterla dovrebbe essere uguale. Invece, le Regioni del Mezzogiorno devono anche questa volta fare i conti con meno strumenti e risorse. Un Sud che è già penalizzato dal punto di vista degli organici negli ospedali: la Campania, infatti, che fa 5,8 milioni di residenti, può contare soltanto su 42mila operatori sanitari; in Emilia Romagna (4,4 milioni) i dipendenti sono invece oltre 57mila, in Veneto (4,9 milioni) quasi 58mila, in Toscana (3,7 milioni) sono quasi 49mila, in Piemonte (4,3 milioni) sono 53mila, non parliamo della Lombardia dove si sfiora le 100mila unità. In Puglia, dove si conta una popolazione di 4,1 milioni di abitanti, il personale sanitario a tempo indeterminato impegnato negli ospedali supera di poco le 35mila unità; persino il Lazio (5,8 milioni di abitanti) ha appena 41mila dipendenti a tempo indeterminato al lavoro nella sua sanità.

I numeri sono messi nero su bianco dalla Corte dei Conti nel suo “Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica”. Come messo in rilievo di recente, a seguito del blocco del turn-over nelle Regioni in piano di rientro e delle misure di contenimento delle assunzioni adottate anche in altre Regioni (con il vincolo alla spesa), negli ultimi dieci anni il personale a tempo indeterminato del Sistema sanitario nazionale è fortemente diminuito. Al 31 dicembre 2018 era inferiore a quello del 2012 per circa 25.000 lavoratori (circa 41.400 rispetto al 2008). Le Regioni in Piano di rientro sono quelle del Sud, che per anni, 10 la Puglia ad esempio, essendo sotto il controllo dei ministeri della Salute e dell’Economia non hanno potuto assumere.

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