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Il record, certamente non invidiabile, lo detiene una signora che, al pronto soccorso del San Martino di Genova, ha dovuto attendere coricata su una barella per circa 200 ore. È l’emblema della medicina di emergenza italiana che sta crollando sotto i colpi dell’emergenza coronavirus ma anche di una impreparazione “colposa”. La seconda ondata di contagi era attesa e preventivata, ne parlavano tutti, eppure ci si è fatti nuovamente cogliere di sorpresa. E se il Sud deve fare i conti con strumentazione obsoleta e piante organiche numericamente non all’altezza di una pandemia, il Nord, che più di tutti aveva sperimentato la forza del Covid, questa volta aveva tutto il tempo e le risorse per organizzarsi meglio.

Ma evidentemente il federalismo sanitario non è poi così efficace come i governatori continuano a ripetere. Basta leggere la denuncia della Cgil ligure, ad esempio: la funzione pubblica del sindacato ha tracciato un quadro pesante sulla situazione dei pronto soccorso genovesi e del Tigullio. Un’analisi circostanziata che evidenzia tutte le difficoltà del momento.

Il primo baluardo contro il coronavirus, la medicina di emergenza, sta per essere travolto. I pronto soccorso e il 118 sono allo stremo. Al San Martino di Genova, secondo Valentino Piccolo, referente Fp Cgil, in media i pazienti vengono tenuti su una barella per 70 ore, ma viene denunciato un caso eccezionale di una signora che ha atteso 200 ore.

Dalla Liguria alla Lombardia lo scenario resta sovrapponibile: dal Policlinico al Niguarda di Milano, passando per il San Paolo i tempi di ricovero per i malati positivi al virus si allungano anche di “50-70 ore”, sostiene Guido Bertolini, epidemiologo del Mario Negri che coordina la rete dei pronto soccorso lombardi. A Torino, come riportato da La Stampa, i genitori si sarebbero lamentati delle lunghe code all’aperto fuori dagli ospedali per effettuare i tamponi. “In coda con i figli per il tampone, hanno la febbre e ci fanno aspettare all’aperto”: questa la denuncia che arriva dai genitori di alcuni studenti di Torino.

Lunghissima la fila fuori dagli ospedali del capoluogo piemontese: mamme e papà con figli che hanno sintomi compatibili con il Covid-19 ma anche con una normale influenza, chiamati ad eseguire il tampone e in attesa all’aperto, esposti alle intemperie.  Al Centro e al Sud la situazione non è migliore: nel Lazio il Codacons ha persino presentato un esposto in Procura in cui chiama in causa la Regione Lazio e chiede di aprire una formale indagine per “omissione di soccorso, interruzione di pubblico servizio e abuso di atti d’ufficio”.

Le ambulanze sono costrette ad attendere ore in fila davanti agli ingressi degli ospedali. Pronto soccorso in tilt per sovraffollamento dei pazienti Covid anche a Napoli: all’ospedale del Mare il numero di casi sospetti e accertati è talmente sproporzionato rispetto agli spazi disponibili che gli operatori sono costretti a sistemare gli ammalati fuori dalle aree a loro dedicate. La situazione è al limite del collasso. In Puglia, a Bari, una donna ha denunciato che suo padre, paziente oncologico in fase terminale, è stato costretto ad attendere all’esterno del pronto soccorso, su una sedia a rotelle, per diverse ore. La Regione Puglia ha deciso di bloccare, a tempo indeterminato, tutti i ricoveri programmati e non urgenti.

La situazione nei pronto soccorso italiani “sta diventando drammatica, c’è un super afflusso di pazienti con sospetto Covid, e vediamo file di ambulanze con dentro persone, probabilmente contagiate, che aspettano di essere visitate. I Pronto Soccorso si stanno intasando, perché dopo la fase 1 molti reparti Covid sono stati smantellati, e le persone si riversano qui”: a lanciare l’allarme è stato Salvatore Manca, presidente della Società italiana di medicina di emergenza-urgenza (Simeu) che, ha denunciato “carenze strutturali e di organico”. Carenze che erano ben note e che affliggono soprattutto il Mezzogiorno d’Italia, danneggiato negli ultimi 15 anni da una distribuzione iniqua del fondo sanitario nazionale.

Basti pensare che il Nord, anche nel 2020 con una pandemia in corso, ha continuati a prendere più soldi per i suoi ospedali, come accade ormai da quasi due decenni. E’ lo scippo della spesa storica: alla Puglia, 4,1 milioni di abitanti, dei 113,3 miliardi complessivi del fondo nazionale, sono stati riservati 7,49 miliardi; l’Emilia Romagna (4,4 milioni di residenti) ha ricevuto 8,44 miliardi: quasi un miliardo in più nonostante una popolazione quasi identica. Prendendo in considerazione il Veneto (4,9 milioni di abitanti) la sproporzione resta, visto che la Regione di Zaia incassa 9,2 miliardi, quasi due in più rispetto alla regione di Michele Emiliano. Nel confronto tra il 2010 e il 2020, l’incremento percentuale del Fondo sanitario nazionale premia sempre il Nord: negli ultimi 10 anni la Lombardia ha visto aumentare la propria fetta dell’11,4%, l’Emilia Romagna del 9,9%; 8,2% in più per la Toscana. La Basilicata, invece, ha avuto un incremento percentuale molto più modesto (+4,9%); l’Abruzzo del 6,7%; Calabria +5,7%; la Puglia e la Campania di circa l’8,1%. Non solo: dal 2012 al 2017, nella ripartizione del fondo sanitario nazionale, sei regioni del Nord hanno visto aumentare la loro quota, mediamente, del 2,36%; mentre altrettante regioni del Sud, già penalizzate perché beneficiare di fette più piccole della torta dal 2009 in poi, hanno visto lievitare la loro parte solo dell’1,75%, oltre mezzo punto percentuale in meno.

Tradotto in euro, significa che, dal 2012 al 2017, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato poco meno di un miliardo in più (per la precisione 944 milioni) rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria. Questo sistematico minore trasferimento di fondi, ha finito per depauperare la sanità del Mezzogiorno, che adesso deve affrontare il coronavirus con meno posti letto e meno personale sanitario. Secondo i dati Ocse, nel 2017 l’Italia poteva contare su 2,6 posti letto in terapia intensiva ogni 1.000 abitanti, al Sud erano già appena 1,8. 

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