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Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania

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SE IN LOMBARDIA mancano 5 mila infermieri e in Piemonte il buco in organico è di 3500 unità, come può reggere l’urto della seconda ondata del Covid-19 una regione come la Campania che ha una carenza di personale sanitario pari a 10-12mila professionisti? È allarme personale nelle aree Covid della sanità pubblica. Senza trascurare il fatto che la terra governata dal presidente Vincenzo De Luca è seconda in Italia per numero di contagi, dietro alla Lombardia e seguita proprio dal Piemonte. La sanità pubblica della Campania vive una situazione disastrosa e rischia di implodere da un momento all’altro, vittima anche e soprattutto di se stessa e di un sistema dove le carenze causate dai tagli al personale rischiano di rendere improba la lotta contro il Covid. Una triste realtà che ha portato il governatore della Campania a chiedere il sostegno del governo.

«Signor Presidente, le segnalo con preoccupazione e sconcerto il fatto che a 15 giorni dagli incontri da me avuti con esponenti di governo, le principali richieste avanzate dalla Regione Campania per affrontare l’epidemia Covid rimangono tutt’oggi senza risposta» ha scritto De Luca in una lettera indirizzata al premier Giuseppe Conte. Il governatore aveva chiesto l’invio immediato da parte della Protezione Civile di 600 medici (con particolare attenzione agli anestesisti) e 800 infermieri. «Ad oggi – scrive De Luca – sono arrivati solo 22 medici e 81 infermieri. E’ una situazione sconcertante e intollerabile se si tiene conto del fatto che la Regione Campania ha una sottodotazione drammatica di personale».

È vero che allo stato attuale c’è una carenza in tutta Italia ma ciò che emerge dal report del sindacato degli infermieri “Nursing Up“ fotografa l’annosa sperequazione tra Nord e Sud. «A far scattare l’allarme, ben oltre la soglia di emergenza sono inoltre gli scenari interni, la disorganizzazione, il precariato, i nuovi turni massacranti, gli spostamenti “tappabuchi” di colleghi da un reparto e da un ospedale all’altro, senza logica, penalizzando reparti no-Covid a irrimediabile rischio chiusura» denuncia il presidente nazionale del sindacato degli infermieri “Nursing Up”, Antonio De Palma. La Campania è letteralmente allo stremo nei reparti. «Numeri incredibili – commenta De Palma – che però non sorprendono pensando ai tagli messi in atto negli ultimi anni. Nella Regione a fronte di circa 600 posti di terapia intensiva, il 70% è già occupato da pazienti. Che fine faranno i nuovi contagiati se si dovesse superare la fatidica soglia? Qui non accade come in Lombardia, non si spostano gli infermieri come al “Monopoli”, ma si accorpano i reparti» denuncia.

Per il sindacato uno dei casi eclatanti è quello di Solofra, nell’Avellinese, dove «per far spazio a 37 pazienti Covid del Moscati della città capoluogo, sono stati chiusi ben cinque reparti fondamentali per la salute di un indotto di 100mila pazienti, alienando quasi totalmente il servizio sanitario di un ospedale come il Landolfi, dove restano aperti solo analisi di laboratorio e radiologia, e facendo inviperire i sindaci e i cittadini. Intanto gli infermieri contagiati sono già 25», riferisce. «Occorre un tampone completo per tutti gli operatori ogni 20 giorni e un test rapido giornaliero prima che ogni collega prenda servizio e contatto con i pazienti. Dobbiamo arrivare a mille morti al giorno affinché tutto questo avvenga?». Quanto alla Lombardia, «la carenza si attestava a circa 5000 unità di personale infermieristico. In un anno è cambiato ben poco, anzi la pandemia richiede un incremento di personale e di supporto, per il maggior impegno e rischio nell’assistenza erogata ai pazienti Covid positivi».

«I nostri referenti – riferisce De Palma – ci illustrano di scenari interni preoccupanti, per non dire disastrosi. I Pronto soccorso dei piccoli ospedali della provincia, come Sesto San Giovanni, rischiano di chiudere in tempi brevi. I grandi presidi ospedalieri della città metropolitana come il Policlinico, come il Papa Giovanni XXIII e il Niguarda stanno cedendo i loro infermieri alle aree Covid della Fiera di Milano e di quella di Bergamo. Nella prima ci sono 150 posti letto di terapia intensiva, e secondo il documento “Linee d’indirizzo regionali per la rideterminazione delle dotazioni organiche”, il numero di infermieri necessari per posto letto, per la terapia intensiva è pari a quasi 2 unità, e sono numeri al ribasso, declinati per le esigenze in condizioni ordinarie. A Bergamo si devono coprire 50 posti letto di terapia intensiva con lo stesso numero di personale sanitario. E la Regione cosa fa? Li prende ovviamente dagli altri ospedali della città».

E ancora: in Piemonte mancano 3.500 infermieri per fronteggiare oggi la battaglia contro il Covid. Ma anche in Liguria la situazione è precipitata. «Ci sono arrivate notizie indecorose del San Martino di Genova – denuncia – con barelle ammassate nel Pronto soccorso, e pure quelle sarebbero finite. Il presidente Toti ha promesso 500 assunzioni: ma dove troveranno 500 infermieri in un momento in cui anche le Rsa denunciano una carenza strutturale paurosa?» chiede il sindacalista. Che conclude: «Non comprendiamo davvero cosa si crede di realizzare con soli 500 infermieri, oggi che un tale numero di assunzioni non basterebbe nemmeno per compensare il turnover di quelli che sono andati in pensione senza essere sostituiti». Intanto gli infermieri proclamano uno sciopero di 24 ore, a partire dalle 7 del mattino, per il 2 novembre.

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