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SOLO nel paradosso di Zenone la tartaruga riesce a competere con Achille Piè veloce. Il Servizio sanitario nazionale (ma potremmo dire tutto il sistema sanitario) non ce l’ha fatta: e non solo in Italia (la situazione della resistenza al contagio nei vari Paesi si misura solo con la gravità della sconfitta di ognuno: almeno per ora). Il virus malefico teneva accesi i motori pronto a partire con gran velocità, mentre l’azienda Italia continuava ad affrontare con affanno un problema alla volta. Si attardava a osservare l’albero ma non la foresta.

IL TEMPO PERDUTO

Durante l’estate governo e opposizione, opinione pubblica, media hanno impiegato il loro tempo sulla riapertura delle scuole, hanno giocato ai dadi le responsabilità dei diversi livelli istituzionali. I governatori, alcuni dei quali avevano lucrato un successo elettorale il 20-21 settembre che, ben presto, si sarebbe rivelato non motivato del tutto (ci ha pensato il secondo tempo dell’epidemia a lasciare in braghe di tela i winner della battagli di primavera), si sono trovati nel giro di pochi giorni a gestire un’emergenza sanitaria tornata in silenzio “come un ladro nella notte’’. Anche la maggior parte degli scienziati onnipresenti in tv sono stati presi di sorpresa dal colpo di coda di quel virus sconosciuto del quale mostravano di sapere tutto come se fosse il tema della loro tesi di laurea. Cosa non ha funzionato nella Linea Maginot predisposta per contenere l’epidemia? Ci siamo accorti che il sistema sanitario presentava, praticamente invariate, le caratteristiche che l’avevano messo sull’orlo del collasso nell’offensiva di primavera. Tutto quello che si era fatto in quelle settimane era rivolto a difendere gli ospedali presi d’assalto da malati gravi che non sapevano a quale santo votarsi.

REGIONI IMMOBILI

Così i nosocomi si erano riconvertiti per accogliere e curare la nuova malattia del millennio, concentrando in questi reparti il personale e le risorse, a scapito di patologie altrettanto gravi e letali le cui terapie venivano rimandate. Si disse allora che ora il sistema era più forte, che i posti in terapia intensiva erano stati moltiplicati. E soprattutto si disse che doveva essere rafforzato il punto debole delle difese contro la malattia: la medicina del territorio.

Ci siamo accorti, ora, che quel fronte è ancora scoperto, nonostante la sua centralità in questa sfida. Ma questo limite non è una questione scoperta a causa del coronavirus. Per anni sono state adottate politiche che avrebbero dovuto alleggerire gli ospedali tramite un potenziamento dei poliambulatori e una riorganizzazione della medicina di base. Essendo una questione antica, le Regioni avrebbero dovuto provvedere in tutti questi anni di morbilità ordinaria. Non ci voleva molto a capire che il carico delle terapie continuava a ricadere sugli ospedali. Bastava andare nei Pronto soccorso nei fine settimana, per trovarli pieni di pazienti che non avevano altre forme d’assistenza.

I MEDICI DI BASE

Ma permanendo questo limite, la tartaruga non raggiungerà mai Achille. Come ha ribadito in una recente intervista, Agostino Miozzo, capo del Comitato tecnico scientifico: «L’unico modo per alleggerire è coinvolgere medici di famiglia e pediatri di libera scelta fornendo loro tutti i mezzi per operare, i materiali di protezione, gli strumenti diagnostici. Con l’accordo appena siglato tutti i cittadini potranno fare i tamponi rapidi con il loro medico. I medici vanno coinvolti, anche ospitandoli in spazi dedicati se il loro studio non va bene. Naturalmente vanno messi in condizione di lavorare in sicurezza, senza escludere sanzioni per chi si rifiuta».

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