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Roberto Speranza

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Per il ministero della Salute era tutto ok. Il piano Covid 19 per il potenziamento della rete ospedaliera di emergenza della Regione Calabria era stato portato a termine. Adottato in base all’art.2 del Dl 34 2020 dall’ente locale il 18 luglio scorso. Integrato il 3 luglio con tanto di timbro del dicastero guidato da Roberto Speranza. Il 13 luglio era stato poi inviato al commissario Domenico Arcuri.  Anche lui sapeva, era stato messo al corrente.

Ma nessuno dei due, nei giorni dell’afa e del solleone, mentre le spiagge iniziavano ad affollarsi, i deejay in discoteca si scaldavano i pollici, si era preso la briga di vigilare, di verificare per capire come stessero realmente le cose in una regione drammaticamente commissariata dalla a alla zeta. Se si stesse attrezzando, se le dotazioni di terapia intensiva si stessero incrementando, i reparti ampliando, se quel signore che aveva dismesso la divisa avesse adottato i piani anti-pandemia o se almeno sapesse di cosa si stava parlando.  Quasi che quel motto “fedeli nei secoli” si potesse applicare a scatola chiusa anche all’ex comandante dell’Arma, quel Saverio Cotticelli, commissario straordinario «a sua insaputa», verrebbe da dire, visto il modo in cui ha apertamente ammesso dinanzi alle telecamere di Rai3 di non sapere neanche il numero di terapie intensive disponibili sul suo territorio.

LA BUFERA SULLA CATENA DI COMANDO – LA GRANATO: SI DIMETTANO

Il primo scossone ha fatto cascare dall’albero l’ex commissario dimissionario mostrandone tutta l’approssimazione e l’inadeguatezza. Il secondo minaccia le radici e il tronco, rischia di investire in ordine gerarchico tutta la catena di comando. A partire dal tandem Speranza-Arcuri.  Con l’aggravante per il ministro di aver commesso un secondo errore: la scelta del sostituto, Giuseppe Zuccatelli.

«Se per Speranza prima di prendere una decisione affrettata è giusto fare una pausa di riflessione – attacca Bianca Granato, senatrice calabrese del M5S – non può dirsi altrettanto per il commissario Arcuri e per Zuccatelli. Dinanzi al ripetersi di omissioni e ritardi non ci sono più giustificazioni che tengano. Dimissioni immediate del primo e dimissioni spontanee del secondo. Per noi calabresi la nomina di Zuccatelli è un affronto. Ci dispiace – riprende la senatrice – che in questo momento sia malato di Covid, per noi resta una scelta inopportuna. Stiamo parlando di un personaggio molto discutibile. Va revocato prima dell’entrata in vigore del nuovo decreto che cambierà l’assetto dell’ufficio commissariale introducendo un secondo subcommissario».

AL MINISTRO ERA STATA INVIATA UNA NOTA PER FERMARE LA NOMINA

Che si sia trattato di uno scivolone del ministro Speranza è ormai di tutta evidenza. Il suo tentativo di giustificare Zuccatelli («ho guardato solo al suo curriculum, non andrei a vedere il passo falso sulle mascherine…») è apparso goffo. Rischia di coinvolgerlo ancora di più portandoli entrambi a fondo. Nel M5S si è alzato un fuoco di fila. L’obiettivo dei pentastellati era lanciare un S.O.S Al fondatore di Emergency Gino Strada. «Il ministro non può non rispondere di questa nomina – alza il tiro la senatrice Bianca Granato – due giorni prima che lui indicasse il sostituto di Conticelli gli avevamo inviato le nostre osservazioni. Dalla questione dei tamponi all’Asp di Cosenza, alla gestione dei pazienti di Villa Torano. Non può dirci che non sapeva». Persino i vescovi calabresi non avevano gradito la nomina del nuovo commissario. Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, non c’è andato leggero. Zona rossa e avvicendamento dei due improponibili commissari «dimostrano non soltanto la totale inadeguatezza del sistema sanitario regionale, ma la mancanza di senso di responsabilità che la seconda ondata ha definitivamente e inequivocabilmente palesato”.

Stiamo parlando di una situazione già collassata. Basti pensare che per 4 anni consecutivi il commissario ad acta Massimo Scura, un ingegnere indagato insieme al suo subcommissario Andrea Urbani – che per 9 anni avrebbe percepito compensi aggiuntivi che non gli spettavano – non è riuscito a presentare i bilanci. Di questo stiamo parlando. Per anni chi ha tenuto in piedi la parte tecnica è stata Maria Crocco, la subcommissaria che nel fuorionda tv rimprovera il povero Cotticelli di non essersi preparato all’intervista, diventando il caso mediatico del momento. Al ministro Speranza, uno dei leader di Articolo 1, ex capogruppo Dem alla Camera, non vengono risparmiate critiche. Ed è già iniziata la caccia al colpevole. Chi ha voluto Zuccatelli, il padre del sistema sanitario emiliano romagnolo? Chi se non il duo Vasco Errani-Pierluigi Bersani, suoi sponsor da sempre, avrebbero caldeggiato la sua nomina?  «Giudichiamolo dai risultati», è stata la difesa d’ufficio del ministro. Troppo flebile, però, per arginare la rivolta scoppiata nel Pd, capeggiata a livello locale dal sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà.

IL METODO CASALINO: FUOCO SUI MINISTRI PER SALVARE IL PREMIER

I bersaniani che avrebbero voluto esportare il modello emiliano in Italia e nel mondo si sfilano. Per loro il ministro ha scelto autonomamente e in base al Cv, quello di Zuccatelli «parla da solo», fanno sapere senza esporsi in prima persona. A difendere il ministro pugliese sono in pochi. Tra questi Michele Anzaldi. «Questo governo ancora una volta ha dimostrato tutta a sua inadeguatezza – commenta il deputato di Italia Viva – ma prendersela con Speranza non ha molto senso. È uno dei pochi a coltivare ideali autentici e non può essere diventato all’improvviso il capro espiatorio».

«Non vorrei – prosegue Anzaldi – che fosse un effetto del metodo-Rocco Casalino (portavoce del premier Conte, n.d.r.) – quando le cose si mettono male si mandano avanti i ministri. Quando invece c’è da rivendicare qualche raro successo ecco che sì fa bello il presidente del Consiglio. È un metodo che ormai conosciamo bene».

Negli ambienti di Articolo 1 si lascia intendere intanto che il video incriminato, quello che inchioda Zuccatelli, sia stato innescato tipo ordigno ad orologeria. Preparato perché esplodesse al momento opportuno, in perfetta sincronia con la nomina. Filmato il 27 maggio scorso, scaricato solo tre giorni fa da Facebook e diffuso sul web da un collettivo femminista di Cosenza. Tutte le attività produttive avevano riaperto i consultori continuavano a rimanere chiusi. Gli operatori sanitari non avevano i dispositivi di protezione individuale per visitare i pazienti e le strutture sanitarie non erano state igienizzate. Il 3 giugno, ovvero 5 giorni dopo, il manager di Cesena che aveva promesso di risolvere in poche ore il problema si dimise dall’incarico. Insomma, sostengono le femministe cosentine, quel video non fu una voce dal sen fuggita, un trappolone riproposto ora per allora per far fuori l’ex commissario, ma fu autorizzato «come possono testimoniare alcuni agenti della Digos presenti all’incontro.» Ma la resa dei conti è solo iniziata.

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