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Silvio Brusaferro

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Lo hanno prima pungolato, poi martellato, e infine minacciato. Chi? Lo Stato centrale, il governo Conte, l’esecutivo giallorosso dell’avvocato del popolo. Ecco, le Regioni al tempo della pandemia, al tempo di una seconda ondata, più che annunciata dagli esperti di mezzo mondo. Hanno commesso diversi errori, forse troppi, facendo emergere il fallimento di un regionalismo a tinte leghiste, eppure continuano ad alzare il dito invocando più autonomia in un crescendo di scontro con lo Stato centrale nel corso del quale i presidenti dei territori cercano di scaricare qualsiasi responsabilità sul governo.

E così oggi ci ritroviamo con quelle stesse Regioni, leggi alla voce Lombardia, che non riescono nemmeno a vaccinare contro l’influenza. Per non parlare della trasparenza sui dati, che arrivano a singhiozzo, seguendo criteri a proprio uso e consumo, che differiscono dalla Regione confinante.

Così le informazioni sui tamponi – c’è chi annovera gli antigenici e chi no, perché? – i ricoveri delle terapie intensive, partono dalle periferie, dalle Usca, dai laboratori di analisi e arrivano ai dipartimenti di Salute delle Regioni. E poi? E poi, chi li verifica? Dilemma a cui nessuno osa rispondere.

Le Regioni infatti sono indietro e questo lo dicono i medici. «Il paradosso non è cosa è cambiato dopo sei mesi, ma cosa le regioni non hanno cambiato. I sistemi informatici sono rimasti gli stessi e non si capisce alcunché» raccontano al Quotidiano del Sud. Manco a dirlo, bastava ieri sfogliare il quotidiano la Stampa e accorgersi che la nuova Codogno si chiama Monza. Mario Alparone, direttore generale dell’Astt di Monza, descrive uno scenario impietoso: «In questo momento Codogno siamo noi e abbiamo bisogno della stessa attenzione che abbiamo dato noi in fase uno agli altri».

Addirittura il pronto soccorso è stato chiuso ai codici verdi che a questo punto sono costretti a spostarsi in via Novaro a Milano. Situazione fuori controllo. Ed è uno scenario non dissimile dalla vicina Varese. «Possiamo resistere pochi giorni, poi non potremo fronteggiare più adeguatamente nemmeno le emergenze». Si naviga a vista nello Stivale. Da nord a sud, passando per il centro, le linee ospedaliere boccheggiano, annaspano, fanno fatica a smaltire il traffico di cittadini travolti dal Covid-19. Ecco perché sembra prefigurarsi una cartina geografica tutta rossa. Prima o poi succederà. Insomma, un nuovo lockdown.

Giorno 15 novembre è la data cerchiata in rosso sui calendari dei governatori. Quel dì l’esecutivo, la cabina di regia sul monitoraggio e il Comitato tecnico scientifico tireranno le somme. Solo in quella data sarà possibile verificare l’efficacia del Belpaese diviso in tre aree di rischio. E c’è chi sostiene che «il contesto non prefigura nulla di buono e forse saremo costretti a intervenire prima».

Ieri mattina, intanto, Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, è stato fin troppo chiaro: «Anche se l’Rt si sta stabilizzando, l’alert sulla soglia superata in alcune Regioni e aree sub-regionali sui posti in terapia intensiva, deve indurre alla massima attenzione. Non siamo in una condizione di regressione del virus». Di conseguenza la serrata, modello marzo scorso, non è più una parola tabù. E se fosse serrata non ci sarebbe più bisogno di quel rimpallo di responsabilità ora rivendicate ora rinfacciata che è stata la strategia dei governatori. Ops, dei presidenti. Perché l’Italia non è un Paese federale.

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