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«Dobbiamo colmare una spesa pro capite inferiore del 25% rispetto al resto del Paese. E allora bisogna rimettere in discussione il riparto del fondo sanitario nazionale all’interno della conferenza Stato-Regioni che è figlio di una stagione anacronistica, l’era dell’austerità per intenderci».

Le dichiarazioni del ministro per Il Sud, Giuseppe Provenzano, rilasciate in una intervista a Il Mattino, sono lodevoli nelle intenzioni ma la realtà dice che, allo stato attuale, la riforma dei criteri di valutazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) rischia di togliere agli ospedali del Sud un altro miliardo. Il problema è la spesa storica, la definizione dei livelli essenziali è una priorità.

La politica cosa fa? Propone soluzioni, ma poi concretamente non cambia nulla. Il giochetto delle tre carte dei costi standard, della spesa storica e dei fabbisogni fa sì che il ricco è sempre più ricco e il povero è sempre più povero. La prova ci viene fornita dando uno sguardo a quanto accadrà tra qualche mese nel riparto del fondo sanitario, dove il Sud rischia una doppia beffa: anziché ricevere più risorse, quasi tutte le Regioni del Mezzogiorno si ritroveranno con meno fondi.

Il nuovo sistema di verifica e valutazione dei Lea, che entra in vigore da quest’anno, prevede criteri più severi per giudicare la qualità e l’efficienza dei sistemi sanitari regionali e, stando ad una simulazione svolta dal Comitato Lea – organo del ministero della Salute – solo 11 Regioni su 21 risultano essere adempienti, quindi sarebbero promosse.

Le “inadempienti” sono quasi tutte del Sud: Campania, Calabria, Molise, Basilicata, Sicilia, Lazio, Sardegna, si salvano soltanto Puglia e Abruzzo. Superare il giudizio del Comitato Lea non è fine a sé stesso: riuscire a raggiungere un punteggio di sufficienza garantisce alle Regioni lo sblocco di ulteriori fondi, una quota premiale pari al 3% del riparto del fondo sanitario al netto delle entrate proprie. Per intenderci, parliamo complessivamente per il Mezzogiorno di circa un miliardo di euro.

Peccato, però, che prima di “inasprire” i criteri per valutare la qualità delle cure, nessuno si sia preoccupato di mettere fine allo “scippo” che il Mezzogiorno subisce da almeno 15 anni. Depauperate delle risorse economiche, le Regioni del Sud oggi si ritrovano con meno personale, meno soldi da spendere e macchinari più obsoleti. È un dato di fatto certificato che il Nord continua a prendere più soldi per i suoi ospedali, anche nel 2020 il riparto del fondo sanitario ha seguito logiche inique: meno risorse a parità di popolazione.

Ad esempio, se prendiamo in considerazione solamente gli investimenti fissi nella sanità, dal 2010 in poi la spesa per edilizia e arredamenti sanitari sono diminuiti in tutta Italia, passando da 3,4 miliardi a 1,4 miliardi del 2017. Ma, oltre a ridursi, la spesa per investimenti è stata del tutto squilibrata territorialmente: dei 47 miliardi totali degli ultimi 18 anni (2000-2017), oltre 27,4 sono stati spesi nelle regioni del Nord, 11,5 in quelle del Centro e 10,5 nel Mezzogiorno. In termini pro-capite, significa che mentre la Valle d’Aosta ha potuto investire per i suoi ospedali 89,9 euro, l’Emilia Romagna 84,4 euro, la Toscana 77 euro, il Veneto 61,3 euro, il Friuli Venezia Giulia 49,9 euro, Piemonte 44,1, Liguria 43,9 euro e Lombardia 40,8 euro; la Calabria ha dovuto accontentarsi di appena 15,9 euro pro-capite, la Campania 22,6 euro, la Puglia 26,2 euro, il Molise 24,2 euro, il Lazio 22,3 euro, l’Abruzzo 33 euro.

Più in generale, per la salute e le cure sanitarie dei propri cittadini, lo Stato italiano fa figli e figliastri. Per un pugliese, ad esempio, al termine del 2020 spenderà complessivamente 1.826 euro, contro i 1.918 riservati ad un emiliano e i 1.877 ad un veneto. È questa la quota pro-capite che emerge dalla ripartizione del fondo sanitario nazionale dell’anno in corso. Per ogni lombardo, lo Stato destina 1.880 euro; per un campano, invece, 1.827 euro. Ma peggio va ai calabresi, ai quale spetta appena 1.800 euro a testa, contro i 1.916 euro che “riceve” ogni friulano, i 1.935 euro di spesa pro capite del Piemonte o i 1.917 euro della Toscana. Depauperate delle risorse economiche, le Regioni del Sud oggi si ritrovano ad affrontare una pandemia a mani nude. Lo certifica persino la Ragioneria di Stato: nel 2006 il sistema sanitario dell’Emilia Romagna, 4,4 milioni di residenti, riceveva un finanziamento di 7 miliardi; la Puglia (4,1 milioni di abitanti), invece appena 6 miliardi: una differenza netta di un miliardo nonostante una popolazione simile.

Tredici anni dopo, nel 2019, però la situazione è addirittura peggiorata: l’Emilia Romagna, infatti, è passata ad un finanziamento di 9,3 miliardi, mentre la Puglia di 7,4 miliardi. Il Veneto (4,9 milioni) è passato da 7,7 a 9,7 miliardi; il Piemonte da 7,1 a 8,6, la Lombardia da 15,3 a 20 miliardi. La Calabria, invece, nel 2006 riceveva 2,9 miliardi, nel 2019 è passata a 3,3 miliardi: appena 400 milioni in più in 13 anni. La Basilicata da 914 milioni è “cresciuta” sino a 1,04 miliardi. Nel confronto tra il 2010 e il 2020, l’incremento percentuale del Fondo sanitario nazionale ha premiato il Nord: negli ultimi 10 anni la Lombardia ha visto aumentare la propria fetta dell’11,4%, l’Emilia Romagna del 9,9%; 8,2% in più per la Toscana. La Basilicata, invece, ha avuto un incremento percentuale molto più modesto (+4,9%); l’Abruzzo del 6,7%; Calabria +5,7%; la Puglia e la Campania di circa l’8,1%.

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