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L’ex assessore alla sanità lombarda Gallera con il governatore Fontana

Tempo di lettura 4 Minuti

Il nuovo piano pandemico 2021-2023 era pronto, un piano strategico operativo in vista di una possibile seconda ondata. La seconda ondata è arrivata. Il documento frutto di un lavoro di equipe, elaborato dalla Direzione generale della Prevenzione sanitaria no. È rimasto nei cassetti del ministero della Salute e c’è dice che così com’è non va, va rifatto. Alle regioni non piace, applicarlo costerebbe troppo. Non è l’unica scoperta spuntata fuori in questi giorni. Le indagini della Fiamme gialle hanno appurato un dato raccapricciante: quando è scoppiata la pandemia i medici della Lombardia non hanno seguito nessuna linea guida. Neanche quelle dettate nel lontano piano pandemico del 2006, l’ultimo ad essere stato approvato e poi copiato di sana pianta nel 2017, come hanno dimostrato le inchieste di Report (RaiTre).

L’EX DG DEL MINISTERO ATTACCA LA LOMBARDIA

C’è una frase intanto che ha lasciato di stucco i magistrati; “Il piano pandemico non è stato applicato”. Parole pronunciate dall’ex segretario generale del ministero della Salute, Giuseppe Ruocco, ascoltato dai magistrati che indagano sui tragici giorni in cui il virus dall’ospedale di Alzano lombardo invase la Bergamasca causando oltre 3 mila morti. Parole che avranno il loro peso nell’inchiesta avviata dalla Procura di Bergamo. Le Finanza ha sequestrato una montagna di documenti, frutto delle perquisizioni negli uffici romani del ministero della Salute. Ma non può rispondere alle domande che hanno un interlocutore tutto politico: Perché il nuovo piano, preparato in fretta e furia per fronteggiare una eventuale seconda ondata, è fermo e non va avanti? Perché non viene visionato dal Consiglio superiore della Sanità e poi discusso e approvato in Conferenza Stato-Regioni? Perché attuarlo vorrebbe dire mettere in campo risorse attualmente non disponibili?

L’aggiornamento non era un optional. Lo prevedeva, con cadenza biennale, una delibera del Parlamento europeo del 2013 e del Consiglio del 22 ottobre 2013, in cui si evidenziano le gravi minacce per la salute a carattere interfrontaliero. Non ha senso infatti applicare il piano in un Paese se poi le frontiere sono aperte, gli aerei atterrano, i treni e le auto viaggiano. Questi succedeva 7 anni fa, prima della aviaria suina del 2009 e prima della Mers-CoV, una sindrome influenzale da Corovinavirus identificata Arabia Saudita nel 2012. Sette anni dopo, il testo integrale del Piano 2021 – 153 pagine e 33 tabelle – è un percorso ancora al di là da venire. Arriverà quando saremo tutti vaccinati? Dopo l’approvazione, ogni regione sarà chiamata infatti a calare sul territorio le regole adottate approvando a loro volta un piano particolareggiato.

Con il copia e incolla si sono invece azzerati i cambiamenti della sanità nazionale cristallizzando la situazione al 2006, Ignorando che la sanità nazionale negli ultimi anni ha subito tagli su tagli in nome della spending-review. Senza dire della mancata prevenzione, delle scorte di antivirali inesistenti, dei dispositivi di protezione introvabili, della formazione del personale medico e paramedico mai sottoposto ad alcun tipo di simulazione. Sarebbe bastato anche il solo dato statistico, il monitoraggio delle patologie più frequenti, le semplici schede compilate dai medici-sentinella per intercettare in Lombardia la diffusione del virus molto prima e isolarlo, non solo quando i buoi erano fuggiti dalla stalla.

QUATTRO FASI

Ma dicevamo del nuovo Piano, una bozza diffusa per ora solo in via “confidenziale”. Prevede quattro e non più 6 fasi: l’allerta è quando il nuovo virus non si sta trasformando in un ceppo potenzialmente pandemico. Prevede una riduzione delle attività, maggiore sorveglianza epidemiologica e virologica e un’attenta valutazione del rischio; fase di transizione pandemica è quando a livello globale può verificarsi una diminuzione del rischio, detta anche descalation, con riduzione delle attività di risposta all’epidemia in ambito nazionale; la fase interpandemica corrisponde al periodo compreso tra le pandemie influenzali, dove non si potrà però abbassare la guardia ma sarà sufficiente una normale attività di sorveglianza. Infine, la fase pandemica, quella che ancora riguarda, purtroppo: può oscillare fino al picco dei contagi e poi seguire un trend discendente. Distingue la  preparedness, la capacità di mitigare l’impatto nella sanità pubblica delle emerge infettive, che vuol dire anche pianificazione e coordinamento dalla  readiness, la rapidità nel rispondere in modo tempestivo ed efficace alle emergenze.

UN LUNGO ITER

Il Piano – che prevede una graduale fase di attuazione – assorbe i più recenti documenti emanati dall’Oms nel 2018. I più semplici e rilevanti sono l’autosufficienza per la produzione dei dispositivi di protezione, in particolare le mascherine chirurgiche che si sono dimostrate molto efficaci nella riduzione della diffusione del virus. L’aumento dei posti letto di terapia intensiva «per fa sì che non si verifichino disservizi nella assistenza e nelle cure delle persone affette da malattie ordinarie e una formazione continua finalizzata al controllo delle infezioni respiratorie e non solo, un continuo monitoraggio esplicato dal livello centrale sulle attività di competenza dei servizi sanitari regionali». Seguire un protocollo, recepire le linee guide dell’Oms, avrebbe ridotto il rischio epidemico, diminuito i contagi, messo in sicurezza le strutture ospedaliere e il personale sanitario. Non è stato fatto. E qualcuno dovrà risponderne.


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