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Il governatore del Veneto Luca Zaia e quello della Lombardia Attilio Fontana

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Tempo di lettura 5 Minuti

Chi controlla la qualità della sanità regionale? Se le cure sono sicure e appropriate, se i servizi offerti ai cittadini rispondono ai canoni di adeguatezza, se i livelli essenziali assistenziali da Nord a Sud sono efficaci e vengono rispettati? Il ministero della Sanità? Risposta sbagliata. Le regioni si controllano da sole. Si danno i voti, stilano classifiche, stabiliscono esse stesse gli indicatori idonei a valutare i loro sistemi sanitari. La parolina magica che le lega tutte in un unico file è un acronimo: Agenas. Sta per Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Il ponte che unisce l’influenza politica dei partiti al potere dei governatori. L’orbita finale che rimanda l’oggetto misterioso sulla terra e ridefinisce la mappa dei potentati locali.

Non era nata per questo, Agenas. Era nata per radicarsi nel territorio, monitorare, vigilare persino sui conflitti di interesse. Doveva controllare ed è finita sotto il controllo delle regioni che hanno ognuna i loro uomini. E premono per primeggiare o per non sfigurare nelle valutazioni periodiche. Un flusso di informazioni che diventa un minuto dopo letteratura scientifica. E dire che per evitare sudditanze, che subisse pressioni o entrasse nella sfera dei ras regionali lo statuto aveva previsto che il presidente i 4 componenti del Cda fossero nominati dal presidente del Consiglio su proposta del ministro della Salute e gli altri due membri della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato e le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano. Qualcosa di simile alla spagnola Agencia de calidad del sistema nacional de salud o della Dimdi tedesca o della Nivel olandese. Punto di raccordo tra il livello centrale e periferico con il coinvolgimento di esperti di riconosciuta competenza in diritto sanitario purché estranei alla pubblica amministrazione, fuori dalla logica dei clientelismi. Nonostante due successive modifiche dello statuto non è andata così.

Basterebbe elencare i presidenti che si sono susseguiti alla guida negli ultimi 15 anni per ricostruire la filiera, la logica spartitoria che si è consumata in nome del più brutale spoils system. Dall’ex ministro Renato Balduzzi a Giuseppe Zuccatelli, a Luca Colletto, Stefano De Lillo, Domenico Mantoan (ex commissario straordinario) per finire al professor Enrico Coscioni, attualmente in carica.

Accanto ad ognuno di questi nomi eccellenti si potrebbe aggiungere lo sponsor o il partito per scoprire che, al di là dei meriti professionali, la loro nomina è servita soprattutto a coniugare gli interessi della politica con quelli dei presidenti delle regioni. Un binomio perfetto, una poltrona in cambio di una patente di guida con l’avvertenza di non disturbare l’utilizzatore finale. E finché l’equilibrio ha retto tutto è andato bene, cioè male. Scontri, lotte intestine, sgambetti. Fino allo scontro frontale. Il braccio di ferro tra il ministro della Salute Roberto Speranza e l’ex direttore generale Francesco Bevere (in quota centrodestra) che non accettò di essere rimosso ma puntò i piedi e ricorse al Tar. Dopo due mesi di commissariamento, per risolvere la diatriba dovette intervenire l’allora presidente della Conferenza Stato-Regioni Stefano Bonaccini e proporre una mediazione. Il cardiochirurgo Enrico Coscioni, classe ’61, legatissimo al governatore Vincenzo De Luca (Pd), vice presidente della Commissione sanità della Regione Campania, divenne così presidente dell’Agenzia e Domenico Mantoan, 63 anni, endocrinologo, ex presidente di Aifa, nonché per 10 anni storico direttore della sanità veneta e amico personale del doge Luca Zaia, cambiò ufficio. Da commissario straordinario si trasferì nella stanza del direttore generale. In un lampo fu tutto chiaro, e a poco è servita la creazione 3 anni fa di un Organismo indipendente di valutazione, (Oiv), un organo monocratico che resta vicino alla figura del presidente.

Quello che non era stato possibile prima si è realizzato in tempi di pandemia. Il connubio che non t’aspetti. Campania e Veneto che controllano le valutazioni di Agenas, che a sua volta controlla le regioni, e tutto con il beneplacito di Pd e Lega. Peccato che con la salute degli italiani e con la vocazione originaria dell’Agenzia tutto questo c’entri poco, anzi niente.

L’idea dell’Agenzia fu concepita all’apice della spinta regionalista. Un Ente non economico, neutro, sottoposta alla vigilanza del ministero della Salute e connesso alla Conferenza unificata Stato-Regioni. Come obiettivo l’assistenza tecnico-operativa agli enti locali e alle singole aziende sanitarie per la formazione del personale e per misurare l’efficacia, la qualità e la sicurezza delle cure.

Che la neonata Agenas – istituita per decreto nel 1993 – non fosse partita con il piede giusto lo si era capito già nel 1999 quando la Corte dei conti osservò che su 258 interventi di rimodulazione e riqualificazione di strutture ospedaliere solo 20 erano arrivati fino in fondo, altre 23 erano in esecuzione 10 in sospeso e 19 non erano mai stati iniziati. Agenas avrebbe dovuto essere coinvolta e vigilare. Con un pò di lungimiranza sarebbe stato facile prevedere che gli ospedali incompiuti sarebbero diventati una specialità della casa. E che l’Agenzia, sottoposta a due interventi di riorganizzazione interna, il primo nel 2012 e il secondo nel 2018,avrebbe cambiato pelle continuando ad occuparsi però di valutazioni in materia di economia gestionale; organizzazione e finanza; efficacia clinica e qualità assistenziale: equità, sicurezza ed esiti delle cure. Da Agenas passano i provvedimenti delle Regioni, compresi i piani di rientro. Su richiesta degli enti, l’Agenzia può intervenire durante le criticità.

LA CORTE DEI CONTI: 9 MILIONI IN COLLABORAZIONI NEL 2018

Oggi può contare su 212 dipendenti, di cui 86 a tempo determinato e 12 dirigenti di seconda fascia. Le missioni principali sono Tutela della salute (63,8%); Servizi istituzionali (23%) e Ricerca e innovazione (13,2). Entrate e uscite più o meno si compensano – 24 milioni circa di euro – la voce di entrata più consistente si deve alla gestione del sistema nazionale di Educazione continua in medicina (Ecm), la spesa maggiore restano gli stipendi e le collaborazioni. Nell’ultima relazione della Corte dei conti, relativa all’esercizio 2018, non erano mancati i rilievi per “l’insoddisfacente capacità programmatoria” e per i troppi incarichi esterni, un esborso pari a circa 9 milioni di euro con un aumento rispetto all’anno precedente di circa il 15%. Con l’invito ad adottare “politiche organizzative che limitassero in modo sostanziale il ricorso agli esterni” attraverso il reclutamento di nuove risorse. Una prima ondata di assunzioni è arrivata ma fuori sono rimasti 70 precari, alcuni dei quali con 15 anni di servizio alle spalle, rimandati a casa 6 mesi fa con la promessa che sarebbero stati riassorbiti con il Decreto-sostegni.

Al momento, però, le uniche assunzioni sono avvenute per chiamata diretta e in modo, sostengono i lavoratori, “assai sospetto”. D’allora le manifestazioni e i presidi sotto le sedi del ministero si ripetono. Il clima negli uffici non è dei migliori. Gli unici a parlare senza rischiare eventuali ripercussioni sono i sindacalisti. Paolo Terrasi, Cgil-funzione pubblica, che lancia l’ennesimo appello al ministro Speranza, “mantenga gli impegni e punti ad approvare la norma, ci sono 70 famiglie che alla fine di giugno resteranno anche senza il sussidio di disoccupazione”.


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