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La “lezione” dell’emergenza Covid non resterà inascoltata, ma il Sud continua ad essere penalizzato. È stato trasmesso alle Regioni dal governo lo schema di accordo per il fabbisogno dei laureati in Medicina e professioni sanitarie per il prossimo anno accademico e i posti nelle Università per formare medici, infermieri, tecnici, igienisti aumentano di 14.167 unità.

Secondo quanto prevede il documento che adesso sarà al vaglio della Conferenza Stato-Regioni, complessivamente sono 59.677 le borse di studio, +14.167 rispetto all’anno scorso. Tutte le aree del sistema sanitario, quindi, in prospettiva saranno rafforzate: ad esempio per quanto riguarda il corso per la formazione dei nuovi infermieri, i posti sono 27.824 contro i 18.954 dell’anno scorso.

Però, la maggior parte delle borse di studio è, al momento, concentrato al Nord: 3.300 posti in Lombardia, 4.064 in Veneto, 1.775 in Piemonte, 1.750 in Emilia Romagna, 1.100 in Toscana; di contro, in Puglia previsti 2.021 posti, in Campania 1.012, in Sicilia 1.130, in Basilicata 200 e in Calabria 375. Anche per l’area della prevenzione c’è una disparità: dei 770 posti in totale, 180 si concentrano in Lombardia (90) e Toscana (90), altri 50 in Emilia Romagna e 40 in Veneto, quasi la metà delle borse, quindi, in quattro regioni del Nord. Al Sud, solo Campania (70) e Puglia (42) si difendono, per il resto poca roba.

Per l’area della riabilitazione i posti per ora previsti sono 6.678 contro i 5.960 dell’anno scorso, dei quali 2.105 per fisioterapia, 1.096 per educatori professionali e 1.086 per la formazione magistrale. Per l’area tecnico-diagnostica e tecnico-assistenziale i posti sono invece 4.753 (l’anno passato erano 4.094), in questo caso la maggior parte riservata alla formazione dei tecnici di laboratorio biomedico (1.066) e tecnico di radiologia medica (970).

Per quanto riguarda Medicina, Veterinaria e Odontoiatria i posti sono saliti a 17.061 contro i 13.904 dell’anno scorso, di questi 14.332 sono per Medicina (l’anno passato erano 11.740). Per quanto riguarda il Sud, sono circa 400 i posti in più a Medicina: è in Puglia che l’offerta viene decisamente potenziata, la differenza tra lo scorso anno accademico e il prossimo è di 225 posti in più (+45,2%), grazie anche all’attivazione di altre due facoltà di Medicina, alla Lum di Casamassima (90 posti) e a Lecce (55). Nuove sedi sono previste anche a Potenza, 60 posti, e a Rende (Cosenza), 54 posti.

Ma il divario con il Nord resta, pur assottigliandosi un po’: ad esempio, in Piemonte i posti sono 800, in Emilia Romagna 1.150, in Toscana 850, in Veneto 700, in Lombardia 2.250; mentre nel Mezzogiorno, in Puglia 609, in Campania 1.383, in Calabria 650, in Basilicata 490. Con questi numeri l’emigrazione verso gli Atenei del Nord proseguirà, anche se per il Mezzogiorno finalmente c’è un passo in avanti nella formazione dei nuovi medici, “merce” sempre più rara da Roma in giù.

Basti pensare che nel comparto sanità al Nord per ogni mille abitanti ci sono 12,1 dipendenti tra medici e infermieri, ma anche tecnici di laboratorio, amministrativi, operatori socio sanitari. Al Sud la media si abbassa drasticamente, sino a 9,2 dipendenti ogni mille residenti. Se la Puglia avesse avuto le stesse risorse dell’Emilia Romagna e avesse, quindi, potuto mantenere lo stesso rapporto dipendenti/residenti, oggi avrebbe 16.662 medici, infermieri, amministrativi in più. In Puglia, infatti, dove si conta una popolazione di 4,1 milioni di abitanti, il personale sanitario a tempo indeterminato impegnato negli ospedali supera di poco le 35mila unità; in Emilia Romagna (4,4 milioni) i dipendenti sono invece oltre 57mila, in Veneto (4,9 milioni) quasi 58mila, in Toscana (3,7 milioni) sono quasi 49mila, in Piemonte (4,3 milioni) sono 53mila, non parliamo della Lombardia dove si sfiora le 100mila unità. La Campania, che fa 5,8 milioni di residenti, può contare soltanto su 42mila operatori sanitari, persino il Lazio (5,8 milioni di abitanti) ha appena 41mila dipendenti a tempo indeterminato al lavoro nella sua sanità.

Non solo: dal 2012 al 2018 l’Italia ha “perso” oltre 42mila operatori sanitari, tra medici e infermieri e altre figure ospedaliere, e il record spetta ancora una volta ad una regione del Sud. E’ infatti la Campania ad aver dovuto fare a meno di 10.490 dipendenti sanitari, in pratica gli ospedali si sono svuotati di dipendenti. Colpa della spending review, ma soprattutto del blocco del turn over, che ha impedito di sostituire chi andava in pensione o si trasferiva altrove.

La Campania non è l’unica danneggiata, basti pensare che la Calabria di operatori sanitari ne ha persi 3.889, il piccolo Molise 1.027, la Puglia 2.229. Anche il Nord Italia ha visto una contrazione di dipendenti ospedalieri, ma ben più contenuta: per fare un rapporto, gli organici della Lombardia si sono ridotti di 2.888 lavoratori, un quinto rispetto alla Campania, meno della Calabria e poco più della Puglia. Non solo: la Lombardia, dal 2012 al 2018, non ha perso medici, anzi quelli sono aumentati: +290, mentre la Campania ha visto andar via 1.739 camici bianchi, la Puglia 374, il Molise 204.


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