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Maurizio Landini

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LA Fiom ha rotto gli indugi e proclamato 8 ore di sciopero contro il disegno di legge di Bilancio (come si diceva una volta) della fame, del freddo e della paura. Per i metalmeccanici della Cgil «è urgente la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori per chiedere al governo e al sistema delle imprese risposte in tema di crisi industriali e occupazionali, riforma degli ammortizzatori sociali, precarietà del lavoro, salute e sicurezza, sistema degli appalti e dei subappalti, pensioni e contrasto dell’evasione fiscale».

LA STRAFOTTENZA

Per ora è riuscita soltanto a rompere l’unità sindacale con le dirimpettaie in tuta blu. Il segretario della Fim-Cisl Roberto Benaglia ha replicato a stretto giro di posta che « la scelta della Fiom Cgil assunta ieri di proclamare 8 ore di sciopero, avvenuta senza confronto né preavviso in sede unitaria, e poche ore prima di un incontro dei tre segretari generali di Fim, Fiom, Uilm già programmato per stamane, è un fatto molto grave».

E ha ragione, perché non solo nei rapporti tra le grandi organizzazioni collettive, ma anche tra le persone, non è segno di buona creanza determinare situazioni da «me la dai o scendi».

Ma c’è di più. La Fiom non avrebbe mai preso una decisione così strafottente senza il parere di Maurizio Landini. Ai vertici della più gloriosa federazione di categoria – quella per intenderci dell’occupazione delle fabbriche di più di un secolo fa; la stessa che nel dopoguerra fu diretta, tra gli altri, da Agostino Novella, Luciano Lama e Bruno Trentin – da una trentina di anni è al potere la dinastia dei “sandinisti”, ovvero dei seguaci di Claudio Sabattini che ne fu segretario dal 1994 al 2002.

Sabattini – da tempo scomparso – era un personaggio veramente singolare, dotato di grande fascino intellettuale e politico (chi scrive lo ha conosciuto al liceo e ha lavorato con lui per decenni) tanto che, in tutti gli incarichi che ha ricoperto ha lasciato dei gruppi dirigenti a lui vicini, che furono denominati “sandinisti’’ perché Sabattini stesso era soprannominato “Sandino”.

Pertanto, senza offesa per nessuno, tra Landini e Francesca Re David non c’è solo un legame di successione al vertice Fiom; ambedue hanno fatto parte della discendenza di Claudio Sabattini e c’è tra loro un “comune sentire’’ che deriva da un senso d’appartenenza.

È facile immaginare che i metalmeccanici della Cgil abbiano anticipato la decisione di scioperare mettendo le dita negli occhi dei propri partner di categoria nella consapevolezza che questa incrinatura si protrarrà fino a livello confederale, per favorire un disegno di Maurizio Landini di intestare alla Cgil una lotta solitaria in difesa delle pensioni, con la speranza di mobilitare una grande sollevazione popolare al pari di quella che Sergio Cofferati (l’ultimo grande segretario della Cgil, l’uomo che sconfisse ben due volte Berlusconi) riuscì a creare in difesa dell’articolo 18 dello Statuto del 1970, che in realtà non era seriamente minacciato da nessuno.

OBIETTIVI GENERICI

Anche le pensioni degli italiani non corrono – con le misure contenute nel ddl di bilancio 2022 – alcun pericolo. Anzi, il governo si è limitato a trovare una soluzione per un solo anno, ovvero fino ad arrivare a fine legislatura se non si andrà anticipatamente al voto dopo l’elezione del presidente della Repubblica.

Peraltro, come capita spesso alla Cgil, il suo potrebbe essere un gesto di testimonianza perché – non ricordo sia capitato spesso nella storia – in questa circostanza Maurizio Landini non gode dell’appoggio di alcun partito, visto che la maggioranza ha trovato un’intesa solida e complessiva, mentre sarebbe scomodo un sostegno che provenisse dall’opposizione di FdI.

Ma del resto, quando si presenta un pacchetto di richieste come quello con il quale la Fiom chiama i lavoratori alla lotta, che cosa ci si può aspettare? Si tratta di obiettivi tanto generici da trasformarsi in luoghi comuni. Dal momento che dovevano astenersi dal lavoro avrebbero potuto essere più esaustivi: perché non inserire anche altri slogan, come lo sviluppo del Mezzogiorno, il risanamento ambientale, la politica della casa, la parità retributiva di genere, il rilancio delle aree interne, l’abolizione del green pass, la pace nel mondo e quant’altro. Magari, come alla fine degli anni ’40, anche il “caro pane’’.

IL NODO DEI GIOVANI

Poi ci sono i giovani. I sindacati si fanno belli con la proposta di una pensione di garanzia per le nuove generazioni. Sono così confusi da non rendersi conto di quanto sia farisaica la loro promessa: «Cari giovani, vi lasciamo in eredità i genitori e i nonni a cui dovrete assicurare per vent’anni una pensione di un livello per voi impensabile. Ma state tranquilli, che uno straccio di pensione non ve la toglierà nessuno. Noi sindacati non siamo in grado di darvi un lavoro, ma non vi assicuriamo una pensione di garanzia, migliore di quella di cittadinanza inventata da Grillo».

Ecco come vorrebbero risolvere la questione demografica che combina insieme, con effetti devastanti, l’invecchiamento in crescita costante con una natalità ormai divenuta un lusso: quelli che vanno in pensione oggi appartengono a generazioni che fornivano un milione di nati l’anno, mentre le nascite di oggi non arrivano a 400mila. Tra vent’anni, quando questi ultimi entreranno nel mercato del lavoro, i primi saranno ancora a godersi la pensione.


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