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Il porto di Gioia Tauro

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VI E’ UN fantasma che aleggia alla presentazione del libro blu dell’Agenzia Dogane monopoli di ieri. Si tratta del non fatto, del dimenticato, dell’omesso. “Nec spe nec metu” è il motto che campeggia nel logo dell’agenzia e può essere inteso come un invito ad una vita stoica, ad accettare appunto senza speranza né timore gli eventi e le avversità. E la scommessa che si è data, oltre alla gestione ordinaria, è di contribuire a reinventare il Paese, come dice il presidente Giuseppe Conte, nel suo intervento.

Ed uno di più grandi misteri che deve risolvere l’agenzia è di capire come ha fatto questo Paese, piattaforma logistica del Mediterraneo, a farsi scavalcare nei traffici dai porti di Anversa, Rotterdam. I frugali questa volta lo sono stati molto poco e sono riusciti ad accaparrarsi i traffici provenienti dall’Estremo Oriente, che attraversano il canale di Suez raddoppiato e che avrebbero di fronte Pozzallo ed Augusta. La poca lucidità di una gestione infrastrutturale, che ha dimenticato il Mediterraneo, ci ha resi monchi, come se tutto lo stivale fosse stato tagliato e l’Italia limitasse il suo mare a quello di Genova e Trieste.

Forse questa politica non è immune dagli interessi dei due porti, che hanno visto il potenziamento di quelli del Sud come una concorrenza indebita rispetto ai loro traffici. Il risultato è che le maxi porta containers, quelle che sono grandi quanto tre campi di calcio e che trasportano 25.000 tir, che messi uno dietro l’altro coprono 150 chilometri, fanno un giro che sembra folle. Attraversano tutto il Mediterraneo, passano lo stretto di Gibilterra, costeggiano la costa spagnola, quella portoghese, quella francese per arrivare a sbarcare in Olanda, dove le merci spedite saranno assemblate e poi spedite in tutta Europa, creando un numero interessante di posti di lavoro che magari occuperanno lavoratori stranieri.

“Il Signore dà il pane a chi non ha i denti” dice un saggio proverbio e certo se voleva creare l’Italia per attrarre i traffici internazionali non poteva farla meglio di come l’ha fatta e se voleva penalizzare l’Olanda non poteva posizionarla peggio, perlomeno rispetto ai traffici mediterranei ed orientali. Cosa diversa rispetto ai movimenti con gli USA ovviamente. Malgrado questo dono della natura siamo riusciti a diventare, da centrali e con un vantaggio naturale incomparabile, periferici e marginali per cui i porti del Mezzogiorno in particolare, quelle strutture che partendo da Bari, vanno verso Taranto e poi in Sicilia fino a Catania e Pozzallo /Augusta per risalire con Licata, Porto Empedocle e poi Trapani, Palermo, Gioia Tauro fino a Napoli sono diventati delle insenature, bellissime, ma spesso con traffici molto limitati di persone e merci. La Svimez da tempo ha individuato il driver logistico, come uno dei fondamentali per lo sviluppo del Mezzogiorno, con le ovvie esigenze di investimenti importanti nei porti ma anche nel collegamento tra essi.

A questo punto il problema diventa quello di investire risorse importanti per collegarli tra loro. Quindi alta velocità e capacità ferroviaria, autostrada ionica per arrivare a Reggio Calabria e poi la funivia o il ponte di barche del ministro delle infrastrutture Paola De Micheli per attraversare lo stretto ed andare verso Augusta. Sembra che nella orografia dell’Italia ci sia un messaggio: tu sarai protesa verso il Nord Africa, e costellerò il tuo mare di isole, non solo la Sicilia che costituirà il ponte principale, ma anche Pantelleria, Lampedusa, Linosa e Lampione per facilitarti la strada verso quell’area. Ci siamo messi la mascherina, questa volta sugli occhi e da decenni, dimenticando tale orografia.

Ce lo ricordano ogni giorno e notte, i disperati che arrivano dalle sponde nordafricane, anche in surf, per raggiungere la terra promessa dell’Europa. Forse è il momento di lasciarsela solo in bocca la mascherina per il Covid e invece guardare bene ai vantaggi che il Paese avrebbe nel collegare i grandi porti del Sud continentale tra di loro, con un’ alta velocità / capacità ferroviaria, che metta in collegamento Napoli e Bari, accelerando i lavori che si pensa non finiranno prima dei cinque anni, perché il tempo non è una variabile indipendente e molti giovani arriveranno nel frattempo alla pensione sociale senza essere mai passati dal mercato del lavoro.

Le quattro Zes, quella di Napoli, di Bari, Gioia Tauro e Taranto, che ormai stanno andando avanti, anche se a rilento, insieme alle due di Palermo e Catania possono costituire uno strumento importante per l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area e per la rivitalizzazione dei porti collegati, accanto ai quali si potrebbero costituire delle zone franche per poter consentire trasformazioni manifatturiere, senza essere assoggettati al regime fiscale nazionale. E l’agenzia delle dogane in questo potrebbe essere fondamentale come l’attività eccellente del suo neo presidente Marcello Minenna. I porti sono talmente importanti che il nome di Palermo, per esempio, ovvero Panormus, deriva dal significato città “tutto Porto”.

Pensate a cosa potrebbe significare l’implementazione delle autostrade del mare per il turismo crocieristico, considerate anche la limitatezza di posti letto a terra nel Sud, che certamente avrebbe bisogno di una serie di Zes turistiche per cominciare a parlare seriamente di industria turistica, ma che nel frattempo potrebbe valorizzare territori ancora poco conosciuti, come la valle dei templi di Agrigento, a pochi chilometri dal porto di Portò Empedocle. O la stessa Lampedusa, che nel periodo di bassa stagione potrebbe essere una delle tappe dei giri del Mediterraneo delle navi crociere, giganti del mare. Bisogna riscoprire i chilometri di costa e la vocazione di una realtà che aveva le repubbliche marinare come le realtà più ricche.

Sapremo imitare i romani che il Mediterraneo chiamarono “mare nostrum” e che invece abbiamo fatto diventare mare loro, degli olandesi, dei turchi o degli algerini? E riusciremo a riportare l’Europa continentale ad occuparsi del grande lago prima che i sovvertimenti e le emigrazioni bibliche facciano saltare in aria gli equilibri fragili delle democrazie europee? È il grande tema dei prossimi decenni! Se ce ne occupiamo bene. Se eluderemo il problema sarà esso a occuparsi di noi.

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