X
<
>

L'ex sindaco di Verona Flavio Tosi

Condividi:

L’unica attività che la polizia ha svolto a Isola Capo Rizzuto nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Venezia che ieri ha portato all’operazione “Isola scaligera”, con 26 misure cautelari – 17 in carcere, sei ai domiciliari e tre all’obbligo di firma – e un sequestro preventivo di beni da 15 milioni di euro, frutto di approfondimenti patrimoniali, è stata una perquisizione. I fatti contestati alla famiglia di ‘ndrangheta capeggiata da Antonio Giardino, collegata alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto, sarebbero stati commessi soprattutto nel Veronese.

Le indagini sono state fatte là dove c’è la polpa da succhiare. Anzi, da “mangiare”, come si apprende dalla viva voce degli indagati. Citiamo questo dato soltanto per dare un’idea del fenomeno della ‘ndrangheta autonoma, che pur mantenendo legami con la casa madre si muove in maniera diversa da quella tradizionale stabilendo una rete di contatti nei territori “colonizzati”. E che contatti.

Le mani della famiglia Giardino a quanto pare si erano allungate sul Comune di Verona. O, meglio, sugli appalti dell’Azienda speciale del Comune, l’Amia. E tra gli indagati figura anche l’ex sindaco Flavio Tosi, ex “colomba” della Lega. La regia del presunto clan spunta anche dietro un traffico illecito di rifiuti. Le misure disposte dal gip Barbara Lancieri sono state eseguite dagli agenti delle Squadre Mobili di Verona e Venezia che, tra gli altri, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, hanno arrestato anche un ex presidente e l’attuale direttore della municipalizzata che si occupa della raccolta di rifiuti a Verona. Secondo l’accusa sono stati corrotti dai malavitosi per poter entrare nel settore dei corsi di formazione per la sicurezza nel posto di lavoro.

In particolare, la vicenda vede coinvolti Nicola Toffanin, un veronese detto “l’avvocato” che aveva il compito di avvicinare i colletti bianchi, e Ennio Cozzolotto e Andrea Miglioranzi, rispettivamente presidente e condirettore di Amia, nonché Francesco Vallone, gestore del centro studi “Enrico Fermi” di Verona. Dalle intercettazioni sarebbe emerso un contesto di turbativa d’asta e abuso d’ufficio con l’aggravante mafiosa. L’intendimento degli indagati sarebbe stato quello di assegnare l’incarico alla scuola gestita da Vallone, rispettando formalmente la procedura, invitando altri quattro o cinque istituti a fare delle offerte il cui contenuto sarebbe stato poi rivelato al direttore del centro studi. Quest’ultimo sarebbe stato poi in grado di fare l’offerta migliore e risultare vincitore. Ma i corsi non si sarebbero manco tenuti, con guadagni per Toffanin e Vallone stimati in 10mila euro, mentre il compenso per Miglioranzi sarebbe stato di 3000 euro. Addirittura sarebbe emerso un fenomeno di falsi diplomi rilasciati a membri del clan, ma questa è un’altra storia ancora.

Tra gli elementi che avvalorano l’ipotesi delle infiltrazioni all’Amia, un’intercettazione in cui Toffanin, con riferimento a Miglioranzi, dice: «l’ho preso per le palle…ma c’ho anche Tosi… in questo momento conta più lui che Tosi». A colloquio con Vallone, Toffanin è un fiume in piena: «arriviamo a una situazione che lo portiamo dove vogliamo noi… c’è da mangiare sempre». Poi Vallone ironizza: «pulito senza nessuna faccia e senza niente… al massimo tra dieci anni usciamo su Report».

Non a caso l’ex sindaco di Verona è tra gli indagati, con l’accusa di concorso in peculato in relazione alla distrazione da parte dell’ex presidente della municipalizzata Miglioranzi (ai domiciliari) di una somma «non inferiore a 5.000 euro» per pagare la fattura di un’agenzia di investigazioni privata, su prestazioni in realtà mai eseguite in favore di Amia, ma nell’interesse di Tosi. «Basta che non compaia Veneta investigazioni», dice Toffanin in un’altra intercettazione. Pare che il denaro versato in contanti provenisse da Verona Fiere, avendo notato il loquace Toffanin i soldi avvolti in una fascetta con la stampigliatura dell’ente. «Qua riesco a leggere Verona fiera… il timbro sotto a sinistra in basso».

Davvero interessante il filone dei presunti concorrenti esterni dell’associazione mafiosa tra i quali, in relazione al traffico di rifiuti ordito da Michele Pugliese, uno dei pezzi grossi della cosca isolitana, figurerebbero gli imprenditori veneti Ilario Vernieri e Salvatore Bruno; mentre Cesare Nicoletti e Luca Schimmenti, rispettivamente commercialista e direttore di banca, avrebbero svolto un ruolo chiave nella gestione delle società e nelle movimentazioni di denaro del clan, agevolando l’evasione delle imposte e la fatturazione per operazioni inesistenti nonché le interposizioni fittizie.

«Per la prima volta la criminalità organizzata tocca il territorio veronese, dopo Eraclea e Padova – ha detto il procuratore distrettuale antimafia di Venezia, Bruno Cherchi – le ipotesi che avevamo fatto in passato sulla criminalità organizzata stanno dando riscontri su una situazione che deve essere attentamente considerata. Si tratta di un pericoloso segnale che dovrebbe allarmare la società civile per la pericolosità dei contatti tra amministrazione e politica e criminalità organizzata».

Caratteristica di questa “filiale” della “casa madre” Arena viene ritenuta dagli inquirenti il fatto di operare sotto traccia, innervandosi così sul tessuto imprenditoriale per contaminarlo. Tant’è che l’indagine non prende l’avvio da fatti di sangue ma dal ricovero in ospedale del capo indiscusso del presunto clan, Antonio Giardino, che, durante la degenza in un ospedale dell’hinterland veronese, viene sottoposto a intercettazioni. A quanto pare, parlava liberamente degli affari criminali di cui era al vertice. Ma è una storia lunga. I rapporti dei Giardino con Tosi risalgono all’epoca in cui fu monitorato un presunto sostegno elettorale e una serie di intercettazioni portavano a appalti del Comune veneto che il clan tentava di ottenere dal politico amico, la cui elezione fu festeggiata nel 2012 dagli isolitani a Verona. Inoltre, Tosi fu pedinato dai carabinieri quando andò a Crotone per presentare la fondazione “Ricostruiamo il Paese insieme”, il 29 gennaio 2012, probabilmente nell’ambito degli accertamenti sulle infiltrazioni in Veneto delle cosche crotonesi.


La qualità dell'informazione è un bene assoluto, che richiede impegno, dedizione, sacrificio. Il Quotidiano del Sud è il prodotto di questo tipo di lavoro corale che ci assorbe ogni giorno con il massimo di passione e di competenza possibili.
Abbiamo un bene prezioso che difendiamo ogni giorno e che ogni giorno voi potete verificare. Questo bene prezioso si chiama libertà. Abbiamo una bandiera che non intendiamo ammainare. Questa bandiera è quella di un Mezzogiorno mai supino che reclama i diritti calpestati ma conosce e adempie ai suoi doveri.  
Contiamo su di voi per preservare questa voce libera che vuole essere la bandiera del Mezzogiorno. Che è la bandiera dell’Italia riunita.
ABBONATI AL QUOTIDIANO DEL SUD CLICCANDO QUI.

Condividi:

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA