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Gente in strada

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Durante la prima ondata, soprattutto da un punto di vista mediatico, la priorità del Paese è sembrata essere quella di salvaguardare della salute dei cittadini. La scelta di “chiudere tutto”, nonostante le controversie, ha dato un segnale chiaro rispetto alla linea politica del Governo, la cui popolarità ha inizialmente beneficiato del consenso generato dalla fiducia nelle misure d’emergenza.

La preoccupazione per le dure conseguenze del lockdown ha poi portato, la scorsa estate, verso il rilancio di tutte le attività economiche; con la volontà di trascorrere il periodo estivo in un’atmosfera di normalità, soprattutto per quanto riguardava le vacanze, è stato implicitamente veicolato il messaggio per il quale il virus sarebbe ormai stato un ricordo lontano.

La seconda ondata ha messo fine a questa illusione, ma ha pure palesato, da parte della classe dirigente, un nuovo approccio alla gestione dell’emergenza. Se nel periodo di respiro si sarebbero dovuto rafforzare le strutture ospedaliere, prevedere dei piani per contrastare la ripresa dei contagi, questo non è stato fatto. Adesso di lockdown non si vuol più parlare, ma le nuove limitazioni in atto stanno avendo in realtà un impatto piuttosto pesante sulla vita delle persone. Se la percezione delle loro conseguenze sembra meno netta è perchè stavolta non è stata intaccata la sfera della produzione, avendo scelto di lasciare le grandi attività economiche quasi tutte in piena attività, nonostante siano ancora tra i principali veicoli di contagio. Il cosiddetto “lockdown leggero”, tuttavia, risulta forse persino più alienante di quello dello scorso marzo, creando una situazione nella quale persino gli spostamenti sono legittimati quasi solo da esigenze di consumo.

L’affaticamento sociale sta anche nel sopportare una gestione che non pare in grado di garantire una reale ripresa e che sta piuttosto tamponando gli effetti di una crisi che non è stata affrontata in modo lungimirante negli scorsi mesi. In questa atmosfera di riscoperto malcontento, il Governo cerca di salvare il Natale, sapendo che questo alleggerirebbe il morale nazionale. Sono gli stessi membri dell’esecutivo a spingere in questa direzione, spiegando l’importanza del ridurre in breve tempo i contagi, per passare  più tranquillamente le feste in famiglia. 

Di fronte ai dati nazionali, la politica sembra far leva sulle speranze di cittadini sempre più spossati, esausti per una situazione di stallo che non sembra trovare reali linee guida che possano determinare una risoluzione efficace. Approfittare della volontà collettiva di alleggerire le occasioni festive, in modo non dissimile da quanto accaduto questa estate (o anche durante il lockdown in occasione della Pasqua), rischia di avere ulteriori ripercussioni sul numero dei contagi. L’andamento della curva epidemiologica negli ultimi giorni sta lievemente rallentando, ma non è ancora in calo; decidere di allentare le misure proprio durante una fase di ripresa, soprattutto durante la stagione influenzale, sarebbe pertanto altamente controproducente. Sarebbe invece una scelta più ponderata quella di approfittare delle ferie di fine anno per cercare di arginare i contagi, considerando pure che sotto le feste molti cittadini non lavoreranno, rendendo così più facile limitare gli spostamenti. Una scelta più lucida potrebbe trovare il giusto compromesso per preservare la salute degli italiani, senza esasperare ulteriormente la situazione sociale. Tuttavia, il modo in cui l’esecutivo sta affrontando la questione appare quantomeno confuso, tra dichiarazioni che invitano a trascorrere il periodo festivo con maggiore cautela e presunte lettere dei bambini usate a scopi mediatici.

La retorica stucchevole con cui si cerca di accontentare un po’ tutte le categorie, senza però avere ancora una chiara idea di come procedere, risulta ormai insostenibile. Da un lato, sospendere parzialmente le festività comporterebbe un ulteriore indebolimento dell’economia, causando una forte perdita di introiti e danneggiando ulteriormente soprattutto i piccoli esercizi commerciali.

D’altra parte, un’apertura natalizia a pieno regime aumenterebbe il rischio di una terza ondata, soprattutto perchè il conforto delle feste non impatterebbe in alcun modo sulla fine della pandemia. I contagi non si interromperanno al taglio dei panettoni, ma piuttosto per gran parte del prossimo anno dovremo ancora convivere col virus. Piuttosto che sfruttare il malcontento e la tristezza per trascorrere un Natale convenzionale, il Governo dovrebbe ripensare alle conseguenze di quando durante questa emergenza si è scelto di allentare le misure, mettendo in secondo piano il contenimento del virus rispetto ad un breve momento di respiro.

Si spinge per riaprire senza però essere nelle condizioni per farlo in sicurezza, invece che cercare un modo per rendere economicamente sostenibile la chiusura. Stiamo nuovamente concentrandoci sugli allentamenti piuttosto che sulla prevenzione ma,  per una volta, sarebbe forse il caso di pensare a lungo termine, senza piuttosto dare ai cittadini un contentino come regalo di Natale,  rischiando poi di dover provvedere anche alla loro ospedalizzazione.

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