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Sono i primi tre giorni del 2020. E Foggia sembra Mosul. Bombe, incendi, attentati. E un omicidio, il primo dell’anno. Il 53enne Roberto D’Angelo, un commerciante d’auto, viene ucciso in strada con tre colpi di pistola. È la mafia che sfida lo Stato. Il 10 gennaio, Don Ciotti insieme alla sua associazione “Libera” scende per le strade della città del Tavoliere, 20 mila cuori che battono all’unisono il tempo della rivalsa, un esercito di onesti che dice no al potere dei clan. Ma non basta perché il giorno dopo una bomba esplode a Orta Nova, colpisce l’attività commerciale di Marianna Borea. Qualche settimana prima era stata incendiata l’auto del fratello Paolo, Presidente del consiglio comunale di Orta. Passano 5 giorni e un altro ordigno deflagra nel cuore della notte. L’obiettivo è la residenza per anziani di Foggia “Il sorriso di Stefano” (LEGGI), gestita da una famiglia vittima di estorsione che aveva già subito un attentato.

CONTE: NON DAREMO TREGUA

È troppo, arriva la risposta forte dello Stato: Interni, Prefettura, Procura e Dia. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte tweetta: «Non daremo nessuna tregua, vinceremo insieme questa battaglia». Interviene Luciana Lamorgese. Il ministro degli Interni invia un contingente straordinario di Polizia. Scattano operazioni interforze. Centinaia di perquisizioni, controlli a tappeto, arresti. Si cercano armi, materiali per costruire bombe, stupefacenti. Il 15 febbraio a Foggia, è prevista l’apertura di una nuova sede della Dia. Per il Sindacato di Polizia Penitenziaria, non è sufficiente. Bisogna attenzionare anche chi sta dentro perché gli ordini, quelli veri, sembra arrivino proprio dai boss nelle carceri. Raffaele Grassi, il prefetto di Foggia, emana 10 interdittive antimafia per 10 imprenditori. Lo Stato deve colpire anche la cosiddetta zona grigia, la “terra di mezzo” della Capitanata punto di incontro tra criminali, imprenditori e pubbliche amministrazioni: 5 interdittive per Manfredonia e 4 per Cerignola, i due comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. All’alba del 26 gennaio, va in fiamme il cantiere della nettezza urbana di San Severo. Vengono distrutti 25 mezzi e danneggiati gravemente gli uffici. Per il Prefetto è prematuro parlare di mafia. Ma non ci sono dubbi sulla natura dolosa dell’accaduto. Lo stesso giorno a Foggia, durante un blitz dei carabinieri vengono trovate bombe simili a quelle degli attentati delle ultime settimane. Quattro arresti. Il 2 febbraio al Teatro Verdi di San Severo, le istituzioni rispondono alla criminalità con la conferenza “La Capitanata costruisce la Rete Civile Antimafia”. È presente Michele Emiliano, il Presidente della Regione: «Sono venuto qui per stare accanto all’amministrazione comunale, al sindaco e a tutta la cittadinanza». Il giorno dopo, un uomo incappucciato e in pieno giorno dà fuoco all’auto di Antonio Carafa, un consigliere comunale di San Severo che aveva presieduto alla conferenza il giorno prima.

TERRIBILE PARTITA A SCACCHI

Sembra una partita a scacchi quella in corso tra Stato e Quarta mafia. In palio c’è il futuro di un territorio oppresso e intimorito da un’organizzazione eterogenea e complessa divisa nelle tre articolazioni della Società foggiana, della mafia garganica e della malavita cerignolana. Sono entità liquide e velenose, si alternano tra alleanze criminali per la gestione degli affari illeciti a storiche vendette per la supremazia del territorio. Secondo la Direzione investigativa antimafia, il forte legame delle famiglie criminali con il territorio e la disposizione di armi ed esplosivi favoriscono un contesto ambientale omertoso e violento. Le mafie del foggiano sono spietate e puniscono chi si ribella. Si stanno evolvendo in forme più strutturate e stabili, mostrano una tendenza verso nuovi assetti organizzativi fondati su strategie condivise. La Dia non ha dubbi: la Quarta mafia è cresciuta e vuole emulare la ‘Ndrangheta.

PROVA DI FORZA CRIMINALE

Dall’inizio dell’anno sul territorio dauno è in corso una prova di forza tra legalità e criminalità. Da una parte le intimidazioni feroci della mafia dauna, dall’altra la risposta delle Istituzioni. Secondo Ludovico Vaccaro a capo della procura di Foggia, la risposta va data prima alla gente per bene e non alla mafia: «Lo Stato deve tutelare i cittadini e farli sentire meno soli. E questa è la prima cosa, la più importante. Nelle ultime settimane grazie alle attività interforze abbiamo assestato un duro colpo alla criminalità organizzata». Per Vaccaro, la risposta dello Stato deve esserci e deve avere una doppia finalità, da un lato proteggere il mondo civile e imprenditoriale e dall’altro stanare i mafiosi. Ripercorrendo le vicende criminali che dall’inizio dell’anno hanno stretto il Tavoliere, è sbagliato parlare di strategia condivisa, sottolinea il procuratore dauno. Ogni episodio va letto singolarmente, sganciato da una logica comune: «C’è un filo conduttore che può essere ravvisato nella metodologia della criminalità foggiana che è quella di far ricorso ad azioni eclatanti che hanno un effetto intimidatorio. Anche se originano da moventi diversi lo scopo finale è sempre quello di determinare un clima di intimidazione che facilita le attività estorsive». Secondo Vaccaro, le manifestazioni del mondo civile e associativo delle ultime settimane più che contro la mafia gridano al cambiamento: «Ma solo con il lavoro si può voltare pagina. Solo con il progresso culturale si può dire no alla criminalità che ha soltanto impoverito il nostro territorio. La disoccupazione diventa disagio e il disagio diventa l’humus fertile per le mafie».

TERZA PROVINCIA ITALIANA

La provincia di Foggia è più grande della Liguria, è terza per estensione geografica. Eppure c’è solo un tribunale e una procura. La distanza tra Stato e cittadino è troppo grande per non sentirla. Prima della riforma del 2013 erano 8 i presidi, c’erano due tribunali e due procure, quelle di Foggia e di Lucera insieme a sei sezioni distaccate. Al di là delle risposte del mondo istituzionale che arrivano sempre puntuali nei momenti di emergenza, c’è bisogno di guardare al futuro cercando di recuperare la distanza tra Paese e cittadini, in particolare quelli del Sud, e adesso soprattutto quelli del Tavoliere, la seconda grande pianura dopo quella padana che ora più che mai ha bisogno di sentirsi protetta. Come? Riavviando alcune sezioni distaccate per esempio. Riaprire i tribunali di Cerignola, Manfredonia e San Severo per celebrare lì i processi e dimostrare che lo Stato è tornato.La mancanza dei presidi dello Stato significa assenza dello Stato stesso. Evoca nei cittadini un senso di rassegnazione, la percezione di una distanza incolmabile dalle Istituzioni che favorisce la disaffezione alla legalità. È qui che si comincia a perdere la guerra contro la Mafia.

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