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Chi offre di più? Nella corsa alle mascherine e ai ventilatori polmonari che si è scatenata in tutta Europa c’è una sfida nella sfida. Quella tra le nostre regioni. In attesa che i dispositivi vengano forniti e distribuiti dalla Protezione civile le più veloci, quelle che hanno mezzi e risorse per poterlo farle, stanno cercando di procurarseli da soli. Un esempio su tutti: la Regione Lazio è riuscita sul filo di lana a superare l’offerta della Germania e ad aggiudicarsi l’asta per una maxi-fornitura cinese: 176 ventilatori e 8 milioni di mascherine.  Solidarietà in cambio di assegni a 12 zeri. E anche il Piemonte ha cercato di anticipare le concorrenti per procurarsi guanti monouso, tute, mascherine etc., etc., Tutto contro tutti al gran renio delle Regioni. Si salvi chi può.

L’ASTA? SOLO PER I PIÙ RICCHI

Possibile? Si, lo prevede l’autonomia funzionale delle regioni. Ma non tutte possono permettersi di partecipare alle aste.  Quelle commissariate, cioè con un piano di rientro “lacrime e sangue”, senza una deroga speciale del commissario, dovranno aspettare le consegne e i tempi della Protezione civile. Anche se non c’è più tempo da perdere, anche se i focolai nelle Marche, In Irpinia e al Sud non fanno dormire sonni tranquilli. I dispositivi “cosiddetti” primari servono come il pane.

DUE PAZIENTI DI BERGAMO TRASFERITI IN MOLISE

“Per vincere quelle aste servono soldi cash, risorse che noi non abbiamo – allarga le braccia Donato Toma, presidente della Regione Molise – per noi che siamo commissariati è tutto più difficile e purtroppo lo siamo da 13 anni”. E allora? “Allora ci siamo messi in lista d’attesa, aspettiamo la fornitura della Protezione civile. E per fortuna non abbiamo problemi. I posti di terapia intensiva ce li abbiamo e siamo riusciti anche a dare una mano ai lombardi. Da ieri all’ospedale di Campobasso sono stati trasferiti due pazienti da Bergamo. Ci siamo messi a disposizione, ce li ha inviati la Cros, la centrale regionale di soccorso che coordina la gestione nazionale dei posti letto”.

Le mascherine servono almeno quanto i macchinari che aiutano la respirazione. Che senso ha stare a casa se poi esci a fare la spesa non protetto e ti becchi il virus?  “Guardi – riprende Toma – io ho sempre avuto dei buoni rapporti personali con i colleghi della Regione Piemonte, Loro si sono aggiudicati un bando per la fornitura di 500 mila mascherine che verranno prodotte dalla Miroglio. A noi ce ne bastano 90 mila. Siamo in grado di aiutare gli altri e di fare da soli. Da domani (oggi per chi legge, ndr) riaprirà dopo due settimane di quarantena anche l’ospedale di Termoli. E vorrei a questo proposito ringraziare la Regione Abruzzo che grazie al Pronto soccorso di Vasto ci ha dato una mano preziosa”.  

Una cabina di regia ci sarebbe. Il premier Conte l’ha affidata a Domenico Arcuri, suo uomo di fiducia, il super-commissario antivirus che sta cercando di spegnere l’emergenza.  Con procedure lampo la Consip, la società del ministero del Tesoro, in collaborazione con la Protezione civile, ha chiuso una prima gara con procedura negoziata d’urgenza per 1100 nuovi posti letto operativi nelle prossime due settimane. Entro due giorni verranno consegnati 119 ventilatori, 200 tra una settimana e 866 nei prossimi 15 giorni. Un’unica centrale d’acquisto, tutti sollo stesso piano, aiuti alle regioni più povere. L’idea era questa prima che ognuno facesse per conto suo.

A cominciare da Roma. Nel Lazio le mascherine sono introvabili. Alcuni farmacisti. a quasi un mese dal contagio del paziente 1, stanno iniziando a farsele da soli. Garza, elastici, spillatrice.

La madre di tutte le emergenze è in Veneto e Lombardia. È lì che si vince o si perde la guerra. Il governatore Attilio Fontana ha precettato Guido Bertolaso per allestire un ospedale nella Fiera di Milano entrando di fatto nella sfera del super-commissario Arcuri. Il ministro agli Affari regionali Francesco Boccia ha chiarito che le forniture della Protezione civile saranno aggiuntive e non sostitutive. E chi non potrà permetterselo?

 I piani di rientro hanno comportato in modo inevitabile una forte compressione della spesa. Per massimizzare i risparmi si è preferito fare ricorso a strutture accreditate anziché riorganizzare l’offerta sanitaria e i servizi. Senza dire che alla riduzione dei disavanza spesso ha contribuito l’aumento della compartecipazione dei cittadini, leggasi ticket e superticket. Le regioni con i bilanci in re di bilancio osso sono state obbligate a ridurre in modo consistente il numero dei medici e degli infermieri. Tra il 2008 e il 2017 – dati dell’Ufficio parlamentare e di bilancio (UpB) – i medici sono diminuiti del 18%, gli infermieri dell’11%, il personale non dirigente del 20% circa. Va da sé che la riduzione del personale, sempre più precario e flessibile, è il più evidente segnale di disagio degli utenti. Lo scorso anno ne sono state denunciate all’Inail 1200. Ovvero più di 3 al giorno.

Stiamo messi così.  

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