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Attilio Fontana

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Quando, anni fa, la Lega si stava sbriciolando sotto il peso dei diamanti di Belsito, dei nepotismi della Bossi family e dello scandalo dei finanziamenti pubblici evaporati nella nebbia padana, Attilio Fontana era considerato “il leghista dal volto umano”.

Me lo ricordo bene, perché c’ero. Varesino purosangue, classe ’52, borghese, figlio di uno stimato medico condotto e di una madre facoltosa (quella che gli ha lascito 5,3 milioni di euro di fondi alle Bahamas, scudati, ma su cui i magistrati si stanno ora logicamente buttando a pesce), Fontana, moderato con quel suo volto di pietra pomice, era uno dei pochi ad usare il lanciafiamme contro il caos etico e morale che regnava nel suo stesso partito.

Da autorevolissimo sindaco del ridente paesello di Induno Olona e poi da primo cittadino Varese e infine da Presidente del Consiglio Regionale lombardo, l’avvocato penalista Fontana non allestiva mai processi pubblici, dato che i riflettori gli facevano venire le palpitazioni. Ma, quando noi cronisti affamati di notizie lo cercavamo, era l’unico -mettendoci la faccia- a smerciare gustosi dettagli sul verminaio che avvolgeva il Carroccio. Fu uno gli artefici delle “ramazze” la grande rivoluzione – e trasformazione- che infiammò il dibattito politico dell’ultimo lustro nella Lega padana che divenne Lega nazionalde. Poi, ad un tratto, quando pensava di ritirarsi gradualmente dalla scena, Fontana fu richiamato nel baillamme della politica politicata e si ritrovò governatore della sua Lombardia, il 4 marzo del 2018 con il 49,75% dei voti.
 
Fontana, nonostante l’aspetto distaccato ai limiti del torpido, sa sempre come entrare in empatia col proprio elettorato. Sia con le espressioni molto pop (“preferisco essere considerato un rozzo leghista, piuttosto che uno spocchioso intellettuale”) sia con quelle assai poco politically correct è comunque riuscito ad imporsi con piccoli colpi mediatici al cerchio e alla botte. Per esempio, quando in radio dichiarò  «Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate» prima si scusò per l’espressione ma poi contò la crescita esponenziale dei fan sui social e alle urne. Fontana, a differenza di molti del suo partito non è un tattico, è uno stratega; possiede il senso della visione che nasconde sotto l’aria di chi sembra sempre passato di lì per caso.

Fontana, come suo solito, è stato un ottimo amministratore della Regione. Almeno fino alla gestione del Coronavirus in Lombardia dove- tra disorganizzazione, medici allo sbaraglio, mancanza di collegamento col territorio e terribile gestione delle case di riposo- ha inanellato una serie di cappelle a cui gli avversari politici e i giornalisti hanno attinto a piene mani. Ovviamente. Da lì, dalla furia del Covid, ogni sua azione, anche se giusta e legittima – dal mettersi la mascherina in diretta tv, all’inaugurare l’ospedale di Baggio ora cattedrale nel deserto- è stata considerata come modello di rara inadeguatezza politica. Adesso ci mancava solo questo casino del cognato e delle partite di camici su cui indaga la magistratura. Voci a lui vicine mi dicono che sia la moglie Roberta Dini – la cui famiglia inventò il noto marchio tessile Paul&Shark- sia i tre figli Maria Cristina, Giovanni e Marzia siano abbastanza stremati di questa situazione da assedio di Fort Apache in cui il buon Attilio si ritrova oggi incastrato; e lo vorrebbero fuori dalla politica, a riprendere il suo antico lavoro in studio e le sue partite a golf con gli amici del circolo. Il timore non sta nell’avviso di garanzia (ne ha già avuto uno per abuso d’ufficio e l’accusa si è sciolta subito), sta nello stress da mazzata a cui l’Attilio è quotidianamente sottoposto. Dalle partite dei camici alle partite a golf la strada per lui sarebbe la più semplice. Ma, conoscendolo, proprio per questo non credo che la percorrerà…

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