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ERANO pronti ad allargare i loro affari illeciti anche al sistema della gestione dell’energia ed altri settori, i 20 dipendenti Tim ritenuti infedeli e finiti al centro di un’indagine della Procura di Roma, condotta con gli investigatori del Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) della polizia postale e della Comunicazioni, che ha portato a 13 arresti domiciliari e 7 obblighi di dimora, dopo la denuncia presentata proprio da Telecom Italia nel febbraio scorso.

Le misure sono scattate in seguito all’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Angelantonio Racanelli. Tutto partiva dalla commercializzazione illecita di dati personali dei clienti, con almeno un milione di contatti, ottenuti attraverso vari accessi abusivi ai sistemi informatici gestiti da Tim, riscontrati quantomeno a partire dal gennaio 2019. Tra i reati contestati, l’accesso abusivo alle banche dati dei gestori di telefonia, che detengono le informazioni tecniche e personali sui clienti, e il trattamento illecito dei dati stessi.

I dipendenti infedeli sono ritenuti procacciatori materiali dei “preziosi dati”, ma c’erano anche intermediari che si occupavano di gestire il commercio illecito delle informazioni estratte dalle banche dati, e titolari di call center telefonici, i quali sfruttavano tali importanti informazioni per contattare i potenziali clienti e lucrare sulle previste commissioni di portabilità, che arrivano fino a 400 euro per ogni nuovo contratto stipulato. Gli accessi abusivi, come ricostruito dalla polizia postale, “avvenivano tramite account o computer virtuali in uso ai dipendenti di gestori di servizi di telefonia e di società partner per l’accesso ai database; chiavi spesso carpite in modo fraudolento, direttamente gestite dalla stessa società denunciante, in ragione della concessione delle attività di manutenzione della infrastruttura telefonica nazionale”.

Le banche dati vengono alimentate da tutti i gestori telefonici, in relazione alle segnalazioni ricevute dai clienti sui disservizi rilevati, rappresentando oltretutto una vera e propria istantanea sulle condizioni della infrastruttura nazionale di telecomunicazioni. Secondo l’accusa, si tratterebbe di un’autentica “filiera criminale”, all’interno della quale ogni componente aveva uno specifico compito, funzionale al raggiungimento dell’obiettivo finale; erano stati predisposti addirittura degli “automi”, grazie alla collaborazione di un esperto programmatore romano, anch’egli colpito da misura cautelare, ossia programmi per effettuare continue, giornaliere interrogazioni ed estrazione di dati.

Le estrazioni, per come verificato nel corso delle intercettazioni, venivano sistematicamente portate avanti con un volume medio di centinaia di migliaia al mese. Gli indagati gestivano i volumi, modulandoli a seconda della illecita “domanda” di mercato, come emerge ad esempio da una conversazione nella quale uno di loro chiede a un dipendente infedele l’integrazione di 15.000 interrogazioni registrate, per arrivare ai 70.000 pattuite nel mese in corso, preannunciando un ulteriore ordine per 60.000 utenze mobili. Il sistema era semplice, seppure articolato: le informazioni estratte dal database, diventavano oggetto di un illecito mercimonio, in quanto particolarmente appetibili per le società di vendita di contratti da remoto, che cercano di intercettare la clientela più vulnerabile, a causa di problemi o disservizi, per proporre quindi il cambio del proprio operatore telefonico.

C’erano i tecnici infedeli che procacciavano i dati, poi la rete commerciale che ruotava attorno alla figura di un imprenditore campano, acquirente della preziosa “merce” ed a sua volta in grado di estrarre “in proprio”, anche con l’utilizzo di programmi di automazione, grosse quantità di informazioni, in virtù di credenziali illecitamente carpite a dipendenti ignari. La merce veniva, poi, piazzata sul mercato dei call center, adeguatamente “pulita”; quindi i dati passavano di mano in mano, rivenduti a prezzi ridotti in base alla “freschezza” del dato stesso, motore di un movimento che alimenta il fenomeno delle continue proposte commerciali che tutti ben conoscono. Il guadagno ricostruito dagli investigatori era cospicuo, come emerge da più di una una conversazione, in cui alcuni indagati discutono dei corrispettivi, pattuendo la ripartizione dei proventi illeciti del mese, per decine di migliaia di euro, da spartirsi tra gli operatori infedeli ed i collettori/rivenditori dei dati. Perquisizioni e sequestri sono stati eseguiti dagli investigatori tra Napoli, Perugia, Ancona e Roma.

Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha espresso la sua soddisfazione per l’inchiesta: «Magistratura e forze di polizia confermano il loro costante impegno anche contro le truffe in danno delle aziende e degli utenti che danneggiano la libera concorrenza e la trasparenza del mercato».

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