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Lunghe attese nei drive in per sottoporsi all’esame del tampone

Tempo di lettura 4 Minuti

Primi sintomi e naso gocciolante il venerdì sera, come. In una situazione normale sai cosa aspettarti: addio ora d’aria alternata di mamma e papà nel fine settimana e al pranzo domenicale dai parenti, autentico salvavita per condividere la gioiosa fatica di un pargolo. E poi mettiti d’accordo per chi resta a casa nei 4/5 giorni canonici di febbre, capricci, tossi notturne e corse dal pediatra, prima di rispedirli a scuola in condizioni accettabili.

Ma quest’anno c’è il Covid e la musica cambia. Patto di corresponsabilità – firmato a inizio anno – e autocertificazione presentata ogni giorno sulla salute propria e dei bambini parlano chiaro: per essere esclusi basta qualunque sintomo riconducibile a una malattia respiratoria, anche banale (tosse, congestione nasale, mal di gola e così via). Roba che nei ragazzini va avanti, senza soluzione di continuità, da ottobre a maggio.

Si sta a casa ma non basta: negli asili del Lazio dopo tre giorni di assenza occorre portare il certificato medico. Settantadue ore per guarire da un raffreddore sono già poche per un adulto, figurarsi per un bimbo piccolo. Se poi di figli ne hai due – come nel mio caso – si passa nel campo della mission impossibile. A complicare ulteriormente le cose c’è l’impellente battesimo del secondogenito (10 mesi): chiesa prenotata, amici e parenti avvisati, ristorante fermato. Bisogna fare il tampone, c’è poco da fare. Sentiamo la pediatra di domenica a mattina. Mestiere difficile il suo, non può visitare dal vivo ma tentare solo un’ardua diagnosi a distanza. Ci rassicura: «Sicuramente non è… Se lunedì stanno bene possiamo farli rientrare». Lunedì stanno meglio ma il muco è ancora lì. Data la situazione la dottoressa ci prescrive il tampone rapido. Per inviarci le impegnative deve però prima stamparle, poi scannerizzarle e infine allegarle alla mail. Una cosa cervellotica, folle, ma «purtroppo le direttive ci impongono questo». E’ il preludio della giornata di ordinaria burocrazia che ci attende.

«Il drive in pediatrico apre alle 13» ci dice una dipendente dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma che conosciamo. Ma le notizie di 4/5 ore di attesa per eseguire il test c’impongono di metterci in fila almeno sessanta minuti prima. Arriviamo davanti alla sbarra alle 12, è chiusa. Il guardiano ci guarda è fa: «Apriamo alle 14, tornate dopo»; “E menomale che quella tizia ci lavorava” penso io mentre ingrano la retro. Fuori diluvia. Optiamo per un Mac Donald’s take away e poi ci si mette in fila, «almeno siamo i primi». Quando torniamo all’ingresso del nosocomio ci sono già due macchine in attesa. Il piccolo si dimena, piange, di dormire non ne vuol sapere. Alla fine lo facciamo venire davanti con noi. La grande è sempre lì, catatonica, con lo sguardo puntato su “Bing” e “Peppa Pig” formato smartphone.

Alle 13.30 dietro di noi è tutto un suono di clacson e bestemmie. Via Rhodesia è bloccata dalle auto in coda per il tampone, il bus non riesce a svoltare. Mi guardo intorno preoccupato temendo l’arrivo della municipale che ci intimi di spostarci facendoci perdere la priorità acquisita. Alle 14 spaccate, però, la sbarra si alza ed entriamo. Primo stop il triage: inservienti bardati con impermeabili e mascherine si fanno sotto. «Compili questi moduli», «Può prestarmi una penna?», «In realtà non potrei…», poi si convince. Il drive in è pochi metri e le due macchine davanti a me sono già in posizione. Mi rilasso, convinto che la cosa sarà abbastanza rapida. Gli addetti mi spiegano velocemente come funziona il tampone e in che modo reggere i bimbi mentre infileranno loro il bastoncino in fondo al naso, una cosa tutt’altro che piacevole. Mi dicono che «se positivi vi comunicheremo i risultati telefonicamente nel giro di un’ora. Altrimenti vi arriverà tutto via mail entro due giorni».

Consegniamo impegnative e documenti. E aspettiamo. Che qualcosa non vada ce ne rendiamo conto quando i medici addetti a effettuare materialmente i test si tolgono casco, scafandro e tuta protettiva. Non facciamo in tempo a chiedere spiegazioni che arriva una dottoressa: «Purtroppo abbiamo un problema di rete e non ci arrivano le etichette da stampare». Conosco il difficile rapporto fra tecnologia e sanità pubblica: una volta dovetti insegnare a un’infermiera a usare Ctrl+F per cercare i pazienti registrati su un file piuttosto che leggersi tutto l’elenco. Mi limito, quindi, a un cenno di comprensione. Ma l’imbarazzo degli operatori cresce. La dottoressa parla a voce alta con i suoi colleghi per farsi sentire, quasi a mettere le mani avanti.

«Allora sono pronte? Ancora no?»; «E pensare che lo abbiamo fatto per non dovere ogni volta entrare in ospedale a stampare»; «Troppa attesa? Anche noi abbiamo lasciato i nostri reparti per venire». I bambini intanto scalpitano, persino la grande si è scocciata di guardare i cartoni. La tensione sale. Penso ai post politici su Facebook che parlano di modello Lazio, esaltando l’opera dei drive in e li confronto con quei disperati costretti a lavorare in condizioni da terzo mondo.

Giungono voci di una coda chilometrica che blocca completamente il quadrante, confermate dall’improvviso arrivo di una macchina della municipale. I vigili scendono, parlano con gli operatori, gesticolano. E improvvisamente la situazione si sblocca. «Li stanno scrivendo a mano», afferma un genitore esasperato. Prendiamo i bimbi, ormai in preda a una crisi isterica dopo 3 ore chiusi in auto. Per tenerli fermi mentre gli fanno il tampone devo stringerli tipo boa. Urlano, piangono ma ormai è fatta. Accendo e vado verso l’uscita. All’arrivo a casa chiamate e messaggi in chat: “Com’è andata?”, “Il battesimo si fa?”. L’ora dal test è passata ma non mi fido, troppo caos, troppa fretta, e se si son sbagliati? Il pomeriggio seguente, incredibilmente, arriva l’esito: negativi entrambi. Altri due giorni a casa per farli guarire e poi di nuovo a scuola, col certificato della pediatra. E siamo solo ai primi di ottobre. No, non ce la possiamo fare.

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